La ricetta di Ignazio Visco contro il declino demografico: immigrazione regolare, più lavoro e ricerca

Intervenendo all’Università della Valle d’Aosta in occasione dei 35 anni della Fondazione Courmayeur, il Governatore emerito della Banca d’Italia ha lanciato un monito chiaro: ignorare le tendenze di lungo periodo è un errore che il Paese non può più permettersi.
Ignazio Visco UniVDA anni Fondazione Courmayeur marzo Ph M Vignolini
Economia

Un piano per l’immigrazione regolare, più partecipazione al lavoro da parte di donne, giovani e “giovani anziani”, e un deciso aumento degli investimenti in capitale umano e ricerca. È su queste variabili che, secondo Ignazio Visco, si gioca la capacità dell’Italia di affrontare il declino demografico senza compromettere la crescita economica.

Intervenendo all’Università della Valle d’Aosta in occasione dei 35 anni della Fondazione Courmayeur, il Governatore emerito della Banca d’Italia ha lanciato un monito chiaro: ignorare le tendenze di lungo periodo è un errore che il Paese non può più permettersi. “Viviamo in un momento difficilissimo che ci porta a concentrarci sull’oggi, trascurando ciò che ci attende”, ha osservato, richiamando quella “veduta corta” già denunciata da Tommaso Padoa-Schioppa, frutto sia delle urgenze immediate sia della pressione politica a produrre risultati nel breve termine per esser rieletti.

Al centro dell’intervento del Governatore emerito di Bankitalia il calo demografico, fenomeno globale, ha ricordato, ma che in Italia assume contorni particolarmente critici. Se a livello mondiale la popolazione continuerà a crescere nei prossimi decenni, sostenuta soprattutto da Africa subsahariana e India, nei paesi avanzati – dall’Europa al Giappone, fino a Corea del Sud e Cina – la tendenza è già invertita. Come ha spiegato il demografo Antonio Golini, questa dinamica è il risultato di una “duplice vittoria”: quella contro la mortalità prematura e quella contro le nascite indesiderate. Ma quando il tasso di fecondità scende stabilmente sotto la soglia di sostituzione del 2, come accaduto in Italia  – il tasso oggi è di 1,2 figli a donna – è difficile invertire la rotta. Gli scenari delineati da Istat vedono l’attuale popolazione italiana di 59 milioni di abitanti scendere a 55 milioni nei prossimi 25 anni. Ancora più rilevante è la riduzione della popolazione in età lavorativa, destinata a diminuire di circa 7 milioni di persone.

Visco UniVDA anni Fondazione Courmayeur marzo Ph M Vignolini
Visco UniVDA anni Fondazione Courmayeur marzo Ph M Vignolini

Le conseguenze economiche sono dirette. Secondo le stime richiamate da Ignazio Visco, il PIL pro capite potrebbe ridursi dello 0,6% l’anno e quello complessivo dello 0,9%. Entro il 2050, il reddito medio sarebbe pari a circa cinque sesti di quello attuale, mentre il prodotto totale scenderebbe a circa quattro quinti. Un’evoluzione che mette sotto pressione la sostenibilità dello Stato sociale, già oggi gravato da una spesa legata all’invecchiamento pari al 27% del Pil e destinata a crescere nei prossimi decenni.

Per contrastare questa dinamica, una prima leva è l’aumento dell’occupazione. L’Italia presenta ancora tassi di partecipazione al lavoro inferiori rispetto alla media europea, soprattutto tra donne e giovani. L’occupazione femminile resta ferma intorno al 54%, contro il 65% dell’Unione europea, mentre quella giovanile si attesta al 44%, ben lontana dal 61% europeo. Anche il fenomeno dei NEET rimane significativo, con punte che nel Mezzogiorno raggiungono un giovane su quattro.

Negli ultimi anni si è registrato un aumento dell’occupazione tra i lavoratori più anziani, anche per effetto delle riforme pensionistiche, e tra le donne. Ma, ha sottolineato Visco, il margine di miglioramento è ancora ampio e necessario.

Un altro tassello fondamentale è l’immigrazione. Finora ha contribuito a sostenere la popolazione attiva, ma resta il problema dell’integrazione e della qualità dell’inserimento lavorativo. Per questo, secondo il Governatore emerito, è indispensabile passare a una gestione programmata e regolare dei flussi, anche in funzione delle esigenze del sistema produttivo, come fatto da altri paesi.

Aumentare l’occupazione non basta. Il vero nodo resta la produttività. Come ha ricordato l’economista Andrea Brandolini, anche raggiungendo livelli europei di partecipazione al lavoro, senza un aumento della produttività il PIL italiano resterebbe sostanzialmente fermo.

Ignazio Visco UniVDA anni Fondazione Courmayeur marzo Ph M Vignolini
Ignazio Visco UniVDA anni Fondazione Courmayeur marzo Ph M Vignolini

Negli ultimi decenni l’Italia ha investito meno di altri paesi sia in capitale fisico sia, soprattutto, in capitale immateriale: innovazione, brevetti, conoscenza. Un divario che si riflette anche nella dipendenza tecnologica dall’estero (vedasi l’Ai) e nella difficoltà a sostenere una crescita robusta.

Il deficit più evidente riguarda il capitale umano. Solo il 32% dei giovani tra i 25 e i 34 anni è laureato, contro una media del 44% nei paesi avanzati. Se le competenze di base mostrano segnali di miglioramento, restano invece più deboli quelle scientifiche e, soprattutto, quelle degli adulti. Da qui la necessità di ripensare il sistema educativo, per adeguarlo al mondo attuale.

Anche sul fronte della ricerca e sviluppo il ritardo è significativo: la spesa italiana si ferma intorno all’1,5% del PIL, contro oltre il 3% degli Stati Uniti e circa il 2% della media europea.

In questo contesto, l’intelligenza artificiale rappresenta al tempo stesso una sfida e un’opportunità. I suoi effetti sulla produttività potrebbero essere rilevanti, ma molto dipenderà dalla capacità del sistema economico di adattarsi, trasformando il lavoro piuttosto che sostituirlo.

La direzione, per Visco, è chiara: aumentare gli investimenti in conoscenza e sviluppare competenze ampie e trasversali, non limitate alle discipline STEM ma aperte anche alle scienze umane. È proprio nell’integrazione tra questi ambiti che si gioca la capacità di affrontare un futuro sempre più complesso.

Ad aprire l’appuntamento, davanti alle classi quarte e quinte del Corrado Gex e a studenti universitari, i saluti del presidente della Regione Renzo Testolin, del Presidente del Comitato scientifico della Fondazione Lodovico Passerin d’Entrèves, del Presidente della Fondazione Courmayeur Domenico Siniscalco e della rettrice Manuela Ceretta. Dalla massima figura dell’UniVda è arrivato un invito ad abbandonare la parola “crisi” parlando delle sfide demografiche ed economiche: “Quando il discorso pubblico è dominato da questa parola il linguaggio smette di essere neutro e finisce per plasmare l’immaginario, soprattutto dei giovani.  – ha detto – Il rischio è che il futuro, invece di apparire come uno spazio di possibilità, venga percepito come qualcosa da temere.  Per questo è essenziale affiancare al linguaggio della crisi un linguaggio delle possibilità. Senza negare le difficoltà, occorre restituire complessità al racconto e rendere visibili anche gli spazi di trasformazione”.

3 risposte

  1. L’analisi proposta da Ignazio Visco coglie un dato reale ma non arriva fino in fondo.
    Il declino demografico italiano è un fatto strutturale: meno nascite, popolazione che invecchia, riduzione della forza lavoro e crescente squilibrio del sistema previdenziale. In questo quadro, l’immigrazione regolare viene indicata come uno degli strumenti di riequilibrio.
    Ma questa lettura resta incompleta.
    Si continua a ragionare secondo una logica compensativa: mancano lavoratori, si introducono nuovi ingressi. È una visione che tratta l’immigrazione come una variabile economica, quasi fosse un fattore produttivo neutro.
    Non lo è.
    L’immigrazione incide sull’assetto giuridico, sulla coesione sociale, sulla tenuta delle istituzioni. Per questo motivo, non può essere gestita con strumenti pensati per correggere squilibri quantitativi.
    Serve un cambio di prospettiva.
    Serve, in modo esplicito, il passaggio a un nuovo paradigma di governo del fenomeno migratorio: il paradigma dell’Integrazione o ReImmigrazione.
    Questo paradigma introduce un criterio che oggi manca nel dibattito pubblico:
    il diritto a permanere non può essere sganciato dall’integrazione.
    Non è sufficiente che l’ingresso sia regolare.
    Non è sufficiente che vi sia un bisogno economico.
    La permanenza nel territorio deve essere collegata a un percorso effettivo di integrazione, che si fonda su elementi concreti e verificabili: lavoro, conoscenza della lingua, rispetto delle regole.
    In assenza di questi presupposti, il sistema deve prevedere un esito diverso: la reimmigrazione.
    Non si tratta di una posizione ideologica, ma di una esigenza di tenuta del sistema giuridico.
    Senza un criterio selettivo basato sull’integrazione, l’immigrazione rischia di essere al tempo stesso inefficace sul piano economico e destabilizzante sul piano sociale. E soprattutto, non risolve il problema demografico che pretende di affrontare.
    Per questo motivo, il punto non è stabilire se serva più o meno immigrazione.
    Il punto è stabilire come governarla.
    E oggi, senza un riferimento esplicito al paradigma dell’Integrazione o ReImmigrazione, questo governo semplicemente non esiste.

  2. Pretendere che le donne facciano più figli e siano più inserite nel mondo del lavoro pare una contraddizione. Quel che rileva a mio avvido, è che i giovani dovrebbero essere più coinvolti nel mondo del lavoro in specie in quello più innovativo legato alla digitalizzazione anziché essere lasciati a bighellonare senza parte fino a oltre i trentanni.

  3. Continuare a considerare l’immigrazione come una possibile risorsa equivale ad alzare le braccia in segno di resa… Bah

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