Coronavirus, i 33 giorni di isolamento di Valentina in una stanza: “Un’agonia”

Due mesi e mezzo senza poter abbracciare i propri genitori. Prima il ricovero della mamma, operatrice socio sanitaria al Refuge Père Laurent, poi la positività del padre, quindici giorni di isolamento nel salotto dell’abitazione, infine la scoperta del suo contagio.
valentina cera
Società

Sarà difficile per Valentina tornare alla vita di prima. Nonostante la sua giovane età, 22 anni, questi due mesi e mezzo in compagnia del Covid-19 hanno segnato profondamente la ragazza. “Oggi mi è stata comunicata la guarigione. Mi sembra di aver vinto al Super Enalotto” racconta “ma ho ancora tanta, troppa paura”. A fine marzo la mamma operatrice socio sanitaria al Refuge Père Laurent è stata ricoverata in ospedale dopo esser svenuta in casa – a trovarla a terra e a chiamare i soccorsi è stata Valentina – poi la positività del padre, quindici giorni di isolamento nel salotto dell’abitazione, con Valentina a occuparsi delle faccende di casa e di preparare i pasti, infine l’amara scoperta, il covid-19 aveva contagiato anche lei. 

“E’ iniziato tutto come un normale raffreddore – spiega Valentina Cera – poi da un giorno all’altro ho perso gusto e olfatto e ho iniziato ad avere le prime linee di febbre, per fortuna mai superiori ai 37.5. In cuor mio sapevo di essere stata contagiata ma solo il 13 aprile ne ho avuto la conferma”. La ragazza, infatti, ha una crisi di panico. “Mi sembrava di non riuscire più a respirare. Ho chiamato i soccorsi e una volta arrivata all’Ospedale sono stata sottoposta nella tenda a tutti gli esami e al tampone, risultato positivo”. Inizia così il lungo isolamento – 33 giorni – di Valentina nella sua camera da letto. “E’ stata un’agonia. Ho avuto un esaurimento post traumatico e ho dovuto farmi assistere da una psicologa. Non riuscivo e tuttora non riesco a dormire, perché ho paura, continuo a stare allerta, forse perché sono rimasta traumatizzata quando mia mamma è svenuta. Se infatti quel giorno non mi fossi svegliata non l’avrei trovata a terra”. Dopo un periodo di ricovero in ospedale la mamma della ragazza è stata portata ad Ollignan in attesa della guarigione, arrivata il 20 aprile.

“Quando è tornata a casa io ero già confinata in camera. Ho potuto vederla da lontano e anche oggi, che mi hanno comunicato la guarigione, ho paura di potermi riavvicinare ai miei genitori, di riabbracciarli. Di questo virus sappiamo ancora così poco”.

Nell’ultimo mese Valentina non si è solo isolata nella propria camera da sola, ma ha chiuso fuori dalla porta anche il suo mondo. “A parte guardare la televisione non ho fatto altro. Per 22 giorni ho tenuto il telefono spento, non mi andava di sentirmi dire dagli amici “poi passerà” o “fatti coraggio”, nessuno poteva capire cosa stessi passando.” Ad aiutare la ragazza la psicologa del servizio predisposto dall’Usl, ma anche le chiamate degli operatori sanitari. “Due o tre volte a settimana mi chiamavano dall’Usl per sapere come stavo. Mi sono stati vicino. Spero ora di poter incontrare la psicologa di persona per poter proseguire il mio percorso. Io e i miei genitori vorremmo poi donare il plasma, per aiutare altri malati. “

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