Società di Luca Ventrice |

Ultima modifica: 12 Dicembre 2020 16:55

Coronavirus, le Oss a domicilio: “Noi obbligate a cambiarci in auto”

Aosta - “Chiediamo che ci vengano date delle divise – spiega un gruppo di operatrici –, un posto in cui cambiarci a inizio e fine turno e che si possano lavare le tute in lavanderia e non nelle nostre case. Si parla solo dell'ospedale ma rischiamo di diventare vettore di contagio”.

Lo "spogliatoio" delle Oss che lavorano a domicliioLo "spogliatoio" delle Oss che lavorano a domicliio

“I mezzi con i quali ci spostiamo sono i nostri, siamo obbligate a cambiarci in auto“. Il baule si apre: “Guardi, questo è il mio spogliatoio”.

È la situazione in cui versano le Operatrici sanitarie, che con l’emergenza Covid si spostano sul territorio regionale, per assistere anziani e famiglie. Un gruppo di loro racconta le difficoltà, che derivano però relativamente dalla situazione sanitaria. La condizione nella quale vivono, già dalla prima fase della pandemia, è quella della solitudine.

“Il rischio – spiega una di loro – è che noi stesse diventiamo un vettore del virus. Non sappiamo come lavorare, non ci fanno i tamponi, non ce li hanno fatti neanche dopo aver lavorato con utenti che poi sono mancati. Siccome non possiamo accedere alle microcomunità, abbiamo chiesto se fosse possibile avere un container per ogni struttura, magari da chiedere alla Protezione civile, per poterci cambiare, ma ci è stato detto ‘Non sappiamo se si possa fare’. Non otteniamo risposte alle nostre richieste, ci chiediamo se la nostra pelle non valga”.

Più che le lamentele, però, valgono – o dovrebbero valere – le richieste.

“Chiediamo che ci vengano date delle divise – spiegano le Oss –, ed un posto in cui cambiarci a inizio e fine turno. Ma anche che si possa lavare le tute che indossiamo in lavanderia e non nelle nostre case”.

A far rabbia è la disparità di trattamento che le Operatrici sentono, non sono nei confronti delle colleghe che lavorano in microcomunità, ma anche nei confronti di un sistema sanitario che, ogni giorno, da mesi, è sotto l’attenzione di tutti.

“Siamo arrabbiate perché si discrimina tra chi lavora fuori e dentro le micro – ci raccontano ancora –. Non siamo Oss anche noi? Non abbiamo una qualifica? Facciamo lo stesso lavoro, ma sul territorio. In primavera poi si parlava, anche giustamente, solo dell’ospedale così come a Pasqua. E tutte le donazioni, le offerte, andavano sempre in ospedale. Noi intanto lavoriamo male, con pochi dpi, ci sentiamo senza protezioni, mettendoci una tuta nuova sopra l’altra per ogni utente cui facciamo visita. E dobbiamo vestirci nel piazzale”.

“Non siamo ‘bardate’ come in ospedale, non abbiamo quelle tute – continua il racconto –, e siamo a rischio perché viaggiamo nelle case degli utenti. Nelle micro le divise si sanificano. Non possiamo neanche andare in bagno mentre lavoriamo, perché nelle microcomunità non possiamo entrare e i bar, ad esempio, sono chiusi”.

Problemi che si incrociano con il carico del lavoro: “Tante Oss fanno i turni settimanali, una settimana al mattino e una di pomeriggio, e in più c’è la reperibilità. A volte si devono coprire 8 servizi in 5 ore. Molti contratti restano part time, ma intanto nei mesi ci sono stati diversi casi di positività tra di noi, con colleghe che sono dovute rimanere a casa anche un mese e mezzo in quarantena”.

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