Società di Luca Ventrice |

Ultima modifica: 4 Marzo 2021 15:27

Variante inglese, confermati sei nuovi casi in Valle d’Aosta

Aosta - Sono sei in totale, su sette referti, i nuovi casi confermati dall’IZS di variante inglese del Covid-19 individuati in Valle. A confermare il dato le Autorità sanitarie. Il primo caso di variante inglese in regione era stato segnalato il 22 febbraio.

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Sono sei in totale, su sette referti, i nuovi casi confermati dall’Istituto zooprofilattico sperimentale di variante inglese del Covid-19 individuati in Valle d’Aosta. A confermare il dato le Autorità sanitarie. Il primo caso di variante inglese in Valle era stato segnalato lo scorso 22 febbraio.

A livello generale invece, al momento, a parte il focolaio rilevato domenica scorsa nella Comunità riabilitativa e terapeutica Dahu di Brusson, non ci sono altre situazioni critiche o altri cluster, neanche nelle scuole valdostane.

Il primo caso di variante inglese individuato in Valle d’Aosta

La variante inglese è arrivata anche in Valle d’Aosta. A certificare il primo caso è stato l’Istituto zooprofilattico sperimentale del Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta lo scorso 22 febbraio. Da quanto si apprende la variante inglese è stata riscontrata in una persona che aveva avuto contatti con un soggetto proveniente da una zona a rischio e faceva parte di un piccolo focolaio, fra soli adulti e senza casi gravi. Da qui la segnalazione dell’Usl e l’invio a Torino del campione.

Ad oggi sono quindici i campioni inviati all’Istituto zooprofilattico sperimentale del Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta. I primi otto hanno dato esito negativo. Oltre ad alcuni tamponi richiesti nell’ambito di un’indagine rapida promossa dall’Istituto superiore di sanità, vengono inviati ad analizzare i tamponi di persone provenienti da zone a rischio e quelli di persone coinvolte in focolai.

La “caccia” alla variante inglese dell’Istituto zooprofilattico

In Valle d’Aosta, al momento, è solamente uno il campione – confermato – che riconduce alla cosiddetta “variante inglesedel Covid-19. E non è un caso.

A spiegarlo è il dottor Giuseppe Ru, Dirigente della Struttura complessa di Epidemiologia e Osservatorio Epidemiologico dell’Istituto zooprofilattico sperimentale del Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta, sceso in campo con le sue competenze e la sua tecnologia proprio per cercare le varianti del virus.

“Facciamo queste indagini da gennaio – spiega -, e almeno fino ad oggi, in Piemonte ed in Valle non abbiamo trovato le varianti brasiliana e sudafricana. Potrebbero esserci, ma con una frequenza molto bassa. In Piemonte abbiamo testato circa una novantina di campioni, e identificato 49 casi di variante inglese, un po’ sparpagliati. In Valle d’Aosta per adesso c’è un caso di variante, su meno di 10 campioni. Questo non è casuale, il campione viene preso quando c’è il sospetto che si tratti di una variante del virus”.

Una “spia” che arriva da diversi segnali: “Ad esempio da persone che si erano vaccinate e poi si sono ammalate a gennaio – prosegue Ru -. Questo non significa che la variante abbia sconfittoil vaccino, ma magari che era appena stata fatta la prima dose e non c’era ancora copertura. Oppure un’infezione avvenuta appena prima o appena dopo il vaccino. Se questo succedesse tra tre mesi, in copertura vaccinale totale, sarebbe più antipatico. Oppure, a volte, si tratta di test richiesti quando ci si trova di fronte a piccoli focolai con molti casi di positività in pochi giorni”.

Perché a tradire la presenza delle varianti è la sua velocità: “Queste tre varianti, che si caratterizzano per mutazioni riconoscibili – spiega ancora l’epidemiologo dell’IZS -, hanno ottenuto un vantaggio nell’infettare. È stato calcolato da un report dell’OMS che la variante inglese si trasmette con una velocità di circa il 37% in più rispetto al virus che abbiamo conosciuto. Se corre più in fretta, il numero di persone infette nel tempo cresce più velocemente e si creano molti più casi all’interno della popolazione, e questo porta ad una percentuale maggiore di persone che si ammalano con sintomi e si ricrea il problema di intasamento degli ospedali”.

Ma quali sono queste mutazioni? “Il patrimonio genetico di questo virus, nel moltiplicarsi all’interno delle persone, casualmente commette ‘piccoli errori’ e, come succede in natura, si creano mutazioni in alcuni punti del gene – prosegue Ru -. Si chiamano polimorfismi. Alcune non hanno nessun tipo di conseguenza, altre, come in questi casi, conferiscono al virus un vantaggio”.

Un vantaggio dato anzitutto dalla sua forma: “Il gene è un codice per produrre delle proteine, come le famose ‘spike’ dei coronavirus. Quando c’è una mutazione, il gene invece di codificare un certo amminoacido ne sostituisce uno con un altro. Cambia la forma della corona, che è il punto che si aggancia alle cellule umane. In alcune mutazioni la forma può essere meno adatta ad agganciarsi, ma può anche mutare in unachiaveche entra meglio e quindi rendere più facile l’aggancio e la moltiplicazione”.

Il sequenziamento che “scova” le varianti

Qui arriva il lavoro dell’Istituto zooprofilattico: “Noi utilizziamo due tecniche per distinguere le varianti: il metodo Sanger, ovvero un sequenziamento molto mirato per vedere il pezzetto del gene deputato alla produzione delle proteine ‘spike’, nei punti in cui ci si aspetta di trovare la mutazione che distingue le varianti l’una dall’altra. Nell’arco di circa 3 giorni ci consente di dire se quello che abbiamo di fronte è il ‘vecchio’ virus o una sua variante. La seconda è più raffinata, dura una settimana, e va a vedere non solo il ‘gene s’ ma l’insieme dei geni del virus, altre possibili mutazioni in altri punti, e può identificare mutazioni che corrispondono a varianti nuove, possibili e diverse. È il Next Generation Sequencing, e non è necessariamente indispensabile, ma vede qualcosa in più. Sono tecniche che utilizziamo anche in altri campi di indagine, per tipizzare altri microrganismi come i batteri”.

Le varianti e i tamponi

Ma i tamponi, utilizzati a tappeto per individuare il Covid-19, riescono ad intercettare anche una variante? E soprattutto, ci riescono anche i tamponi antigenici, quelli cosiddetti “rapidi”?

Il dottor Ru spiega: “Non conosco il principio su cui si basa l’antigenico, sicuramente hanno una sensibilità più bassa del molecolare. Quando si valuta un test di diagnosi si valuta anche la sensibilità. Una caratteristca dell’antigienico è che può creare un falso negativo, quindi potrebbe essere sfuggito il virus sotto il naso. Un test, però, non è considerato preciso quando crea dei falsi positivi e non è questo il caso”.

O meglio: “Gli antigenici sono in realtà molto specifici – prosegue l’epidemiologo – ed un risultato positivo, in linea di massima, significa che si è positivi. Se una persona con sintomi riconoscibili risultasse negativo all’antigenico allora è bene fare il tampone molecolare. Oltretutto alcuni kit, ora, hanno anche la sensibilità nell’accorgersi delle caratteristiche di una variante inglese”.

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