Sono partiti martedì mattina alle 8,30 e dopo 5 ore e mezza di scalata sono arrivati in cima al Monte Bianco (4810 m s.l.m.). Nulla di particolarmente sorprendente se non fosse che i due protagonisti qualche particolarità ce l’hanno: Lucio, di professione bancario, meno di un anno fa, proprio durante una gita in montagna, aveva lamentato i sintomi di un infarto e certo in quel momento non aveva pensato possibile un suo ritorno all’alpinismo in tempi così brevi. Gian, l'altro cardiopatico, sognava questo momento da 10 anni, da quando aveva avuto l'infarto. La particolarità sta proprio qui: i due alpinisti sono cardiopatici e sono i protagonisti di un progetto che li ha visti oggi tornare a guardare la terra dall’alto. Ad accompagnarli sono stati un istruttore del CAI ed un cardiologo della ASL 3 “Genovese”.
“Per realizzare un progetto così ambizioso in totale sicurezza – spiega in una nota il dottor Piero Clavario, cardiologo, responsabile del Centro Territoriale di Prevenzione e Riabilitazione Cardiovascolare della ASL 3 "Genovese" – è stato indispensabile il concorso di tutte le componenti del Dipartimento di Cardiologia, abbiamo dovuto effettuare esami medici molto complessi, sia a livello del mare che ad alta quota e soprattutto ci sono voluti nove mesi di allenamenti intensi sempre sotto stretto controllo medico”. Il programma di allenamento sviluppatosi per oltre nove mesi si è concentrato su decine di sedute di allenamento alla cyclette, ore di esercizi di allungamento e rinforzo muscolare e poi ancora decine di uscite di allenamento nella palestra naturale delle alture che si affacciano sul Mar Ligure. Successivamente si è passati alle prime uscite in montagna con gli sci e le pelli di foca per raggiungere lo stato di forma indispensabile per affrontare le più impegnative escursioni alpinistiche di avvicinamento alla quota. Tredici escursioni di dieci ore in media cominciando dai 2.870 metri del Langfluehutte fino ai 4.165 dell’ultima uscita di domenica scorsa alle due vette del Breithorn Occidentale e Centrale scalate in una sola mattinata.
“La difficoltà di un'ascensione a quote così elevate è innanzitutto legata alla rarefazione dell’ossigeno che a 4800 metri è poco più della metà di quello che respiriamo a livello del mare – spiega Celso Merciari, istruttore del CAI – quindi la nostra capacità di fare esercizio fisico si dimezza. Inoltre è indispensabile acclimatarsi gradualmente effettuando un programma preciso di ascensioni progressive a quote inferiori in modo da dare al nostro fisico il tempo di abituarsi gradualmente all’ambiente di alta quota”. Complici della riuscita del progetto sono state un’alimentazione appropriata, l’idratazione durante la salita e un equipaggiamento tecnico in condizioni perfette.
