Le famiglie stanno cambiando e così i loro bisogni e difficoltà. “Solitudini. Incontro di sguardi per connessioni possibili” è un momento di dialogo che si inserisce in questo contesto in mutamento per parlare dei momenti di solitudine e di fragilità che le persone possono vivere all’interno della famiglia. La tavola rotonda, organizzata dal Centro per le Famiglie con Plus, Anziani Attivi e il supporto della Regione, ha visto il confronto tra Giuseppe Di Maria (medico psichiatra e responsabile clinico del Centro Atlas), Laure Obino (neuropsichiatra infantile, direttrice della Struttura complessa di Neuropsichiatria infantile), Franz De la Pierre (geriatra e direttore della Struttura complessa di Geriatria) e Anna Maria Le Cause (psicologa e psicoterapeuta neuropsichiatra infantile, referente del Consultorio adolescenti Pangolo SSD di Psicologia).
Coordinato da Paola Baccianella, pedagogista, counselor e coordinatrice del Centro per le Famiglie, l’incontro ha occupato il teatro di Plus ieri sera, venerdì 25 maggio Giornata Internazionale delle Famiglie, seguito da un aperitivo e dallo spettacolo teatrale “Tinta” della compagnia Palinodie. “Abbiamo scelto per oggi il tema della solitudine nel contesto familiare circoscrivendo il tema attorno a tre momenti specifici e particolarmente vulnerabili: neogenitorialità adolescenza e terza età”, ha spiegato la moderatrice. L’obiettivo dell’incontro era quello di accorciare le distanze tra servizi e fruitori, presentando alcuni dei progetti e dei servizi di supporto alle famiglie attivi sul territorio e delle loro declinazioni.
La neogenitorialità
A intervenire sul tema della neogenitorialità e delle fragilità che possono emergere nei primi anni di vita familiare è Giuseppe Di Maria, medico psichiatra e responsabile clinico del Centro Atlas di Aosta, struttura psico-educativa privata nata dalla collaborazione tra la cooperativa sociale Noi e gli altri e lo stesso Di Maria. Il Centro offre servizi rivolti a famiglie, singoli, coppie e gruppi, con interventi in ambito psichiatrico, psicologico, psicoterapeutico, pedagogico ed educativo. Ci sono inoltre diversi progetti di supporto, come ad esempio GPS – genitori per scelta, dedicato a creare sistemi di supporto per le famiglie che lo richiedano.
“La solitudine tra i neogenitori è un tema ricorrente che si esprime in modo diverso anche in base alle fasce d’età e delle condizioni. I genitori molto giovani sono pochi, ma ci sono, e sono soli: mamme e papà che a volte si trovano a diventare genitori con alcuni aspetti di maturazione ancora non raggiunti, anche tra i 25 e i 30 anni. – ha sottolineato Di Maria – Vediamo giovani che sviluppano molto bene le competenze sociali e operative, ma non abbastanza lo sviluppo dell’intelligenza emotiva e del prendersi cura. Questo, un tempo, era compensato dalla famiglia allargata, che dava cura e supporto. Il problema si vede anche per i neogenitori immigrati, che si trovano ancora più soli senza la loro rete culturale di riferimento e, addirittura, con una barriera linguistica”.
“Per quanto riguarda i genitori più avanti con l’età, – ha aggiunto – molti vivono un profondo sconvolgimento nei tempi di vita, perché a 35 anni la propria vita è già molto strutturata. In più, spesso non si hanno più i nonni a supporto, o comunque quando ci sono sono già avanti con l’età”.
Altri due aspetti di cui non si parla abbastanza sono: “il nuovo ruolo del maschile, da cui ci si aspetta un maggiore coinvolgimento, anche se però gli uomini sono incompetenti quanto prima. C’è poi anche a depressione peripartum, per cui non si fa mai abbastanza prevenzione: questo è il motivo per cui è stato coinvolto uno psichiatra, dentro ai nostri servizi ai neogenitori e a chi vuole diventarlo”.
Infine i genitori lavorano, oltre a doversi prendere cura del neonato, che è già di per sé un lavoro a tempo pieno. Secondo Di Maria “servirebbe un servizio più tecnico, con educatori e psicologi, ma anche la possibilità di presentare degli adulti di riferimento con esperienza che possano dare supporto emotivo”.
L’adolescenza
A confrontarsi sul tema dell’adolescenza sono state Anna Maria Le Cause, psicologa e psicoterapeuta neuropsichiatra infantile e referente del Consultorio adolescenti Pangolo della SSD di Psicologia, e Laure Obino, neuropsichiatra infantile e direttrice della Struttura complessa di Neuropsichiatria infantile. Entrambe hanno richiamato la complessità di una fase della vita in cui ragazze e ragazzi attraversano cambiamenti profondi, mentre le famiglie si trovano spesso a fare i conti con nuovi bisogni, maggiore fragilità relazionale e un diffuso senso di solitudine.
“I compiti evolutivi degli adolescenti sono universali, ma cambiano a seconda dei contesti culturali e riguardano la costruzione dell’identità personale, affettiva e sessuale”, ha spiegato la dottoressa Le Cause, “in una fase in cui bisogna accogliere un nuovo corpo, mentre la mente è ancora in via di sviluppo. Noi come adulti dobbiamo essere dei costruttori di speranza: la possibilità di crescere e di attraversare queste fasi dipende moltissimo da come siamo in grado di sostenere e accompagnare gli adolescenti nel loro percorso di crescita”.
Anche Laure Obino ha richiamato il ruolo della famiglia, osservando che “contano molto la coesione, la flessibilità e il modo in cui il sistema familiare riesce a rispondere ai compiti evolutivi dell’adolescenza“. In questa fase, è stata la spiegazione, la forte sensibilità emotiva e l’esposizione al rischio si accompagnano a capacità ancora limitate di regolazione e pianificazione. A rendere più incerti gli spazi di autonomia contribuiscono anche social e tecnologia: “possono rendere più ambigua la ricerca di autonomia, perché danno più controllo agli adulti e riducono il distacco perché ci rendono sempre reperibili”.
Da queste riflessioni sono nati anche alcuni percorsi concreti di supporto alla genitorialità. “Con il reparto di Psicologia abbiamo avviato il Parent Group“, ha spiegato Obino, “un intervento di servizio canadese basato sulla teoria dell’attaccamento, che mette al centro il legame tra genitori e figli”. Il percorso lavora sul rapporto di cura e protezione e punta a rafforzare una relazione che, secondo le professioniste, oggi è diventata più fragile.
Accanto a questo, è stato sviluppato anche “un intervento di gruppo molto forte per gli adolescenti, centrato su fisiologia, prevenzione e supporto alla genitorialità, con l’obiettivo di aumentare la capacità dei genitori di capire e comprendere i bisogni degli adolescenti, bisogni che spesso si manifestano in forme poco esplicite o persino opposte a ciò che realmente esprimono. All’interno del percorso sono stati proposti anche momenti esperienziali sulla comunicazione tra genitori e figli, attraverso strumenti come il gioco e di roleplay”.
Su questo lavoro condiviso è tornata anche Le Cause: “Pensando all’attività del consultorio per adolescenti, mi chiedevo sempre quale fosse l’anello mancante: che cosa facciamo per i genitori? Aver avuto la possibilità di formarmi rispetto a questo modello con Laure e finalmente integrare quello che facciamo con i ragazzi con questa parte fondamentale è stato molto importante. La forza del gruppo sta proprio nella possibilità di costruire relazioni più sicure: condividere esperienze, pensieri, espressioni e mettersi in gioco in modo diretto ha come focus il rendere le relazioni più sicure e più forti con i propri figli. È un intervento che si prende cura delle relazioni, e tutti quelli che hanno partecipato hanno davvero avuto la possibilità di riscoprire relazioni supportive: tra genitori, tra operatori e tra tutti i partecipanti”.
La terza età
A intervenire sul tema della terza età è stato Franz De la Pierre, medico geriatra, che ha richiamato l’attenzione sul tema della solitudine, dell’isolamento e sul bisogno di costruire attorno agli anziani, in particolare a quelli con disturbi cognitivi o demenza, una rete di relazioni, supporto e presa in carico capace di coinvolgere anche le famiglie. Nel suo intervento ha citato anche l’esperienza del progetto “A casa è meglio”, pensato per accompagnare le persone malate e i loro familiari nel contesto domestico.
“Se la solitudine è qualcosa di difficile da affrontare, a me preoccupa di più l’isolamento. Si può essere soli, ma non da soli. – ha detto – Ci sono tante forme di isolamento che dobbiamo contrastare: c’è chi si isola per le malattie. Noi dobbiamo metterci insieme per far capire a quella persona che ha ancora delle risorse. Il declino, anche quando è clamorosamente rapido e ti porta verso il fine vita, deve occupare meno tempo possibile, deve stare il più vicino possibile al fine vita stesso. Una volta si moriva a casa, oggi si può morire in ospedale, ma quello è isolamento lo stesso, e dobbiamo impegnarci per contrastarlo”.
Secondo De la Pierre, per contrastare questo isolamento l’incontro tra generazioni è l’approccio più efficace, capace di creare nuovi stimoli, empatia e scambi di competenze utili per entrambi i gruppi. “Un esempio pratico che porto: a Pontey c’è la casa di riposo e lì vicino c’è la scuola elementare. Una delle volontarie ha organizzato gli incontri tra bambini e anziani. Io ero titubante, così come lo ero per l’intervento in reparto di Missione sorriso, e invece, come per i bambini, gli anziani sono stati contentissimi. Anche i bambini sono stati molto felici e chiedevano quando sarebbero tornati a trovarli, per noi questo significa che anche loro hanno apprezzato lo scambio”.
“A casa è meglio significa questo: non è che, solo perché hai una malattia degenerativa, allora non sei più una persona, non hai più dignità. Si fa di tutto per rimandare il più possibile la degenerazione. La persona malata resta a casa e si prende in carico il malato, ma noi ci prendiamo in carico anche la famiglia e chi si prende cura del paziente. Noi ci poniamo degli obiettivi da conseguire, la cooperativa che segue il servizio ci restituisce un rimando e ci segnala le necessità. Anche per noi medici questo rimando è fondamentale: abbiamo capito quali sono le cose che servono ai pazienti, capiamo che cosa abbiamo fatto bene e che cosa abbiamo fatto male”.
La tavola rotonda si inserisce nel programma de “La settimana della famiglie” che continua anche il prossimo fine settimana con “Le familiadi”.
