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Ultima modifica: 2 Maggio 2021 15:27

“Studiamo in UE e stiamo per essere vaccinati”: tre giovani valdostani si raccontano

Aosta - Le complicazioni del trasferimento, ma anche la situazione della campagna vaccinale e delle riaperture viste da Daria Fossà in Portogallo, Elena Risini in Inghilterra e Leonardo Sinopoli in Ungheria.

Elena RisiniElena Risini

Per molti giovani valdostani la pandemia ha significato dover rimandare viaggi e progetti all’estero a tempo indeterminato a causa della difficoltà di programmare a lungo termine. Ma alcuni non hanno rinunciato ai loro sogni e sono riusciti a partire proprio nel 2020, in piena pandemia.

Daria Fossà, una studentessa di architettura ventiquattrenne che sta partecipando ad un progetto Erasmus in Portogallo, parla così dell’inizio della sua esperienza: “sono stata assegnata a Lisbona nel febbraio 2020, quindi quando la situazione covid era appena iniziata e non si aveva ancora nessuna idea delle tempistiche”. Nonostante le complicazioni Daria è riuscita a partire grazie alle garanzie fornite dall’Università Faul di Lisbona.

Il trasferimento è stato particolarmente complicato anche per Elena Risini, diciannovenne di Aosta che, dopo aver dato la maturità nel 2020, ha deciso di iscriversi presso la Lincoln University alla facoltà di biologia. Per lei “il problema per la situazione covid è che non ho potuto andare a visitare la città e scegliere l’appartamento e quindi è stato un po’ un salto nel vuoto”.

Se per Daria ed Elena la pandemia ha rappresentato un ostacolo ai loro progetti (già premeditati), per Leonardo Sinopoli (23), ballerino e artista valdostano, l’emergenza sanitaria è stata lo stimolo che lo ha spinto ad uscire dall’Italia. “Ho avuto la possibilità di partire per andare all’estero perché sapevo che in Italia avrebbero mantenuto le chiusure e avevo bisogno di continuare…non potevo stare fermo troppo”. Infatti, a causa della chiusura dei teatri e delle accademie di danza, in Italia, per Leonardo e per molti dei suoi colleghi è divenuto impossibile lavorare.

Daria
Daria Fossà

Le differenti modalità di gestione delle norme per il contenimento dei contagi hanno creato situazioni molto diverse fra di loro. Leonardo, ad esempio, si è trasferito a Budapest perché in Ungheria le scuole di danza sono rimaste aperte “con tutte le dovute precauzioni anche in accademia con la mascherina, distanziati […] Però almeno ho continuato la formazione e sono felice”. L’Ungheria ha imposto delle restrizioni severe a partire da ottobre 2020 con il coprifuoco alle 20 e la chiusura delle attività. A partire dai primi di marzo il numero di contagi ha reso necessario un lockdown totale e una forte intensificazione dei controlli grazie ai quali, dal 7 aprile, è iniziato il piano di riapertura progressiva.

Come per il Regno Unito la pianificazione delle riaperture è stata possibile grazie all’efficacia del piano vaccinale messo in atto. In Ungheria ad oggi è stato vaccinato il 18,7% della popolazione e anche i più giovani possono chiedere di vaccinarsi, come ci racconta Leonardo.

Anche per Elena la possibilità di ricevere il vaccino è molto vicina; nel suo caso è stata l’università a metterla in contatto con l’NHS (il sistema sanitario locale) per inserirla nel piano vaccinale. L’Inghilterra, a partire dal 2021, ha investito la maggior parte delle risorse nella vaccinazione a tappeto della popolazione con grande successo, tutti gli adulti sopra i 20 anni riceveranno il vaccino entro giugno. Un’altra strategia vincente per il controllo del contagio in Inghilterra sono i tamponi, che sono spesso resi disponibili gratuitamente, come racconta Elena: “ci sono un sacco di centri per fare i test gratuiti con tamponi istantanei non molecolari io, ad esempio, con l’università potrei farne uno al giorno se volessi, basta prenotare”.

Leonardo
Leonardo Sinopoli

In Portogallo invece è stato istituito un lockdown simile alla nostra prima “zona rossa” (dal 15 gennaio al 4 aprile), solamente dopo il picco di contagi raggiunto a Capodanno. Daria racconta che a Lisbona la gente pare rispettare le norme con molto più rigore e serietà rispetto all’Italia e aggiunge che, forse proprio per questo motivo, “qua è sempre rimasta la possibilità di andare a fare due passi fuori casa e la polizia è più rilassata”. Grazie all’osservanza delle regole qui, a differenza degli altri due paesi, non si è investito tanto sul piano vaccinale, preferendo una campagna di prevenzione.

Tutti e tre i ragazzi intervistati raccontano di situazioni che vanno verso le riaperture, pur descrivendo scenari molto diversi con Paesi che, nel gestire la pandemia, hanno investito su strumenti differenti. Da queste testimonianze emerge la sensazione comune di procedere finalmente verso una nuova normalità, con una rinnovata speranza data anche dalla capacità dei governi di comunicare con chiarezza i piani di apertura e di rispettare le tempistiche annunciate.

Viola Feder

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