Ben ritrovati alla sesta puntata di “Astrofoto del mese”, un progetto di divulgazione della Fondazione Clément Fillietroz realizzato con il contributo della Fondazione CRT, in collaborazione con AostaSera.it.
Questo mese, grazie alla splendida foto di Riccardo Civati, ci spostiamo a oltre 1.300 anni luce da casa, per visitare la nebulosa M27, anche detta nebulosa Manubrio a causa della sua caratteristica forma che ricorda l’attrezzo da palestra.
Nel mese di aprile abbiamo conosciuto Arturo, una stella “anziana” che ci mostra il futuro del Sole. La nebulosa Manubrio racconta ciò che succede ancora dopo, al termine della “vita” di una stella simile alla nostra.
Le stelle si trovano normalmente in una condizione di equilibrio: la gravità tende a comprimere il gas verso l’interno, mentre l’energia prodotta nelle loro regioni centrali, attraverso le reazioni di fusione termonucleare, genera una pressione che spinge il gas verso l’esterno. Quando però una stella di dimensioni simili al Sole esaurisce l’idrogeno e l’elio presenti nella sua regione centrale, non riesce più a sostenere le reazioni di fusione termonucleare che alimentano il suo “motore” interno. A questo punto la gravità non è controbilanciata e la parte interna della stella collassa su sé stessa, diminuisce di raggio e forma un oggetto grande più o meno come la Terra, ma densissimo ed estremamente caldo: una nana bianca, nella quale le fusioni termonucleari sono cessate.
Nel frattempo gli strati esterni della stella vengono espulsi nello spazio, formando una gigantesca nube di gas chiamata nebulosa planetaria, proprio come nel caso di M27. Questo è il destino che attende anche il nostro Sole.
Il nome “nebulosa planetaria” può trarre in inganno, perché questi oggetti non hanno nulla a che fare con i pianeti. L’espressione fu introdotta nel 1782 da William Herschel, astronomo tedesco naturalizzato britannico, che, osservando alcune di queste nebulose al telescopio, notò un aspetto tondeggiante e uniforme simile al disco dei pianeti, ma dai contorni indefiniti come quelli di una nube. Da qui nacque il termine, rimasto in uso ancora oggi.
Le nebulose planetarie hanno una durata molto breve su scale astronomiche: il gas che le compone si disperderà nello spazio circostante in qualche decina di migliaia di anni. A rimanere sarà la nana bianca, il nucleo della stella originaria, che continuerà a brillare grazie al calore accumulato. Con il passare di tempi immensamente lunghi la nana bianca si raffredderà lentamente fino a trasformarsi in una nana nera, un oggetto che non emette più luce. Tuttavia le nane nere, almeno per ora, esistono soltanto nella teoria: l’universo infatti è ancora troppo giovane perché una nana bianca abbia avuto il tempo di completare questa trasformazione.
Quando osservarla
Immagini spettacolari come quella ripresa da Riccardo Civati sono ottenute utilizzando sensori digitali molto sensibili, con lunghe esposizioni e tramite filtri capaci di isolare i diversi colori emessi dai gas della nebulosa, in particolare le tonalità rossastre dovute all’idrogeno e quelle azzurre dell’ossigeno. La nebulosa M27, vista con l’occhio umano al telescopio, appare quindi più tenue rispetto a quanto mostrato in fotografia, ma resta comunque un oggetto estremamente affascinante. Si tratta di una nebulosa visibile in estate, nella costellazione della Volpetta, ed è osservabile già con piccoli telescopi, motivo per cui è tra le nebulose planetarie più famose del cielo boreale.
Se volete ammirare questa e altre nebulose del cielo estivo, vi aspettiamo alle visite guidate notturne all’Osservatorio Astronomico della Regione Autonoma Valle d’Aosta nei mesi di luglio e agosto.

