A otto anni, Carlo Benvenuto aveva già trovato un luogo dove era possibile avere un palco per la sua musica: il Cral Cogne di Aosta. Un centro di aggregazione dove anche i più piccoli avevano il loro spazio per provare a diventare grandi, facendo anche esperienze artistiche.
“Al Cral ho sperimentato le prime esibizioni davanti al pubblico. Lì facevamo i piccoli Festival di Sanremo – ricorda -. Il maestro Berto Berti ci faceva provare la domenica pomeriggio. Per noi era importantissimo, anche se ci misuravamo con cantanti e canzoni che erano già vecchi allora”.
Erano gli anni Settanta, quando La Gazzetta del Popolo ogni settimana dava spazio alla vita culturale e sportiva della regione. E anche quello che succedeva tra il Circolo ricreativo aperto dalla Cogne e il teatro parrocchiale della chiesa dell’Immacolata. Quell’Aurora dove Carlo vinse la sua prima esibizione.
“In quegli anni ad Aosta spuntavano gruppi musicali come funghi. Tra questi anche le orchestre, come quella di Ezio Miglieri che Carlo con un sorriso definisce “il Casadei della Valle d’Aosta”. E lui ne faceva parte. Mentre provava e sperimentava il futuro.
Era uno di quei ragazzini che si affacciavano alla musica con una serietà precoce, quasi istintiva. Suonava la chitarra, studiava, soffriva un po’ — “ma andava benissimo” — mentre gli cresceva dentro un mondo che gli stava già cucendo addosso il proprio destino.
La chitarra è stata la sua prima compagna, poi la vita, per un momento, lo ha portato altrove, perché Carlo non sapeva ancora cosa sarebbe diventato. Quindi gli studi da geometra: “Ma non era la mia strada”, perché la strada, quella vera, era già tracciata dalla musica. Ne seguirono vent’anni di insegnamento di educazione musicale alle scuole medie, dei quali si porta nel cuore il rapporto e il legame con gli studenti.
“Ma la burocrazia scolastica mi stava stretta e ho quindi lasciato”. Per aprire altre porte: quella della Rai di Aosta, dove collaborò come autore e presentatore, ma anche quella di Radio Mont Blanc, “la prima radio che trasmetteva dall’Italia verso la Francia”, in quegli anni un vero laboratorio di entusiasmo e improvvisazione, che era alla ricerca di nuove voci ai microfoni. Per Carlo un’altra esperienza da aggiungere alla sua storia.
Poi la decisione di partire e arrivare a Roma. E per lui fu la svolta. Che cominciò a Mattina 2, pianista nel programma condotto da Alberto Castagna.
Poi cercò di aprire un’altra porta e bussò al Bagaglino. “Non conoscevo nessuno, ma mi sono presentato e ho detto: ‘Scusi, vorrei suonare qui'”. La proprietaria lo ascoltò, gli chiese un pezzo, poi un altro: “A un certo punto è scoppiata a piangere e mi ha abbracciato”. Da quel momento Carlo divenne il pianista “romano” del Bagaglino. E ogni evento, ogni serata, ogni pausa tra primo e secondo tempo, attorno al suo pianoforte passavano attori, presentatori, personaggi di ogni tipo. Una scuola di vita e di maturazione artistica.
E Carlo cresceva e affinava il suo stile. Non imitava nessuno. “Ho sempre interpretato a modo mio”, dice. Cantava in francese, inglese, spagnolo, portoghese, nei dialetti italiani. E amava profondamente i cantautori. Tra tutti, Strada facendo di Claudio Baglioni: “Me la sento addosso”, confida. Ma anche L’emozione non ha voce di Adriano Celentano. “È una canzone che ha segnato un’epoca” dice ricordando quella fine degli Anni Novanta in cui per lui accanto all’attività dal vivo, si aprì quella del compositore.
Sono oltre tremila i brani che ha registrato alla Siae: documentari, pubblicità, colonne sonore. La collana Agatha Christie Collection per De Agostini, distribuita in tutto il mondo. Musiche per Nino Manfredi, melodie approdate anche su Canale 5.
E poi un album, inciso con l’etichetta Azzurra Music di Verona: De la France. Un omaggio alla canzone d’autore francese, con brani di Charles Trenet, Charles Aznavour, Léo Ferré e Gilbert Bécaud. “La canzone francese fa parte del mio modo di esprimermi”, dice. “È per me un trasporto naturale”.

Oggi Carlo continua a progettare, collaborare, incontrare. È un uomo semplice e raffinato allo stesso tempo: sempre elegante. Indossa sovente la dolcevita, capo iconico dei cantanti degli anni Settanta, simbolo di un gusto intellettuale e sobrio.
Sorride a tutti, con una gentilezza che non è posa, ma un modo di essere. “Se ce n’è per me, ce n’è per tutti”, ripete spesso. Una filosofia che vive anche nella sua generosità concreta: da anni sostiene l’adozione a distanza di bambini in Madagascar.
La storia di Carlo Benvenuto, però, non comincia nei locali romani né tra le luci del Bagaglino. Comincia molto prima, con una valigia di cartone. “La mia famiglia è arrivata così dalla Calabria, quando io avevo un anno. Eravamo numerosi. All’epoca in Valle servivano braccia per costruire strade e ponti”.
In quella casa semplice, tra voci, fratelli e giornate piene, c’era anche la musica. Da bambino, Carlo si innamora di Burt Bacharach: ascolta i suoi arrangiamenti, la sua eleganza melodica, quel modo unico di far respirare le canzoni. Anni dopo, nel luglio del 2011, durante la seconda edizione di Musicastelle in Blu al Forte di Bard, riesce a incontrarlo e intervistarlo per la Rai. “È stato come chiudere un cerchio”, racconta. “Ritrovare il maestro che avevo dentro fin da piccolo”.

Negli anni, la sua musica ha continuato a intrecciarsi con le storie delle persone e delle istituzioni. Tra le tante composizioni, ce n’è una che gli sta particolarmente a cuore: l’Inno Nazionale dei Cavalieri ANIOC, scritto su testo di Barsimi e interpretato dal baritono Federico Longhi insieme al coro valdostano dell’ANA. Un lavoro che unisce radici, territorio e senso civico. Durante una cerimonia ufficiale — quella della foto che conserva con orgoglio — Carlo viene nominato socio onorario ANIOC per meriti artistici. Un riconoscimento che lui accoglie con la sua consueta modestia, lasciando che siano le note a parlare.

E poi c’è una bicicletta. La sua bicicletta. Pesantissima, con il cambio a levetta, che la famiglia usava per spostarsi e che lui, da ragazzo, ha trasformato in compagna di libertà. Carlo la conserva e la usa ancora. Racconta di quando ha pedalato fino a Viverone, entrando nel bar dove si ritrovano i motociclisti: “Si voltarono tutti e uno disse: ‘Questa bici vale almeno diecimila euro, te ne do anche dodici’. ‘No, grazie. Questo è un pezzo di vita’”.
Il segreto di Carlo sta forse proprio in quella risposta: l’importante nella vita è portare con sé ciò che conta davvero. Per lui sono le radici, la musica, le persone incontrate un po’ ovunque attorno al suo pianoforte. E poi c’è quella bicicletta che continua a macinare strada, come lui, fuori dalle mode e dagli schemi, con un passo tutto suo.

2 risposte
Per la precisione si trattava di Milliery, Ezio Milliery e la sua orchestra 😉
Madonna, gli avete fatto il coccodrillo!🥺