“Apri la cartella. Facci vedere cosa c’è dentro“. La voce dei militari risuona nella stazione di Aosta. A pochi giorni dall’8 settembre del 1943 le milizie fasciste hanno rafforzato i controlli, anche in città. Michel ha soltanto 13 anni e frequenta la seconda media. Stringe la cartella tra le mani e per la prima volta ha paura. “Non sapevo esattamente cosa contenesse il pacchetto che avevo ritirato al bar Villettaz. Ma avevo capito che quel giorno poteva finir male. Allora, il fascismo non risparmiava nessuno”
“A un certo punto mi chiusero dentro uno degli uffici della stazione e mi hanno lasciato solo dopo avermi buttato per terra. Ho guardato le finestre in alto, ma ho visto che erano bloccate. Poi si sentiva trambusto fuori. Io non capivo cosa stesse succedendo: c’era un convoglio in arrivo. Sentii annunciare l’arrivo del 2213. Si muovevano tutti. Io restai bloccato, con la paura addosso. Poi, quando forse al cambio turno, riuscii a uscire e corsi via veloce, raggiungendo il bar Villettaz. Mi fecero salire in soffitta, all’ultimo piano. Rimasi lì finché non fu buio. Poi venne su qualcuno di casa e mi disse: “Prendi solo la cartella”. Mi accompagnarono fino alla passerella sul torrente nella zona di Saumont e mi indicarono la strada: vai sempre dritto e arrivi a Quart».
“Avevo paura, tanta, perché era notte. Però sono arrivato. Da quel giorno non andai più a scuola. Era troppo pericoloso. Mia mamma mi nascose, e poi… poi ho cominciato a fare il partigiano» dice con commozione.
Michel non tornerà più a scuola fino a dopo la Liberazione. Aveva tredici anni quando ha cominciato a fare la “staffetta”: tra i più giovani partigiani d’Italia, inserito nella 13a Banda “Emile Chanoux”.
A 95 anni, Michel Arlian è l’ultimo testimone vivente della Resistenza valdostana, insieme a Leo Champion (101 anni).

Foto a brigata Emile Chanoux – Michel Arlian è il più piccolo, in alto a destra, con la cravatta.Era nato in Francia nel 1931: “I miei erano migrati in quanto in Valle d’Aosta non c’erano possibilità di lavoro. Mio padre aveva fatto domanda alla Cogne ma allora, non avendo la tessera del fascio, non lo avevano assunto. Per cui era andato in Francia, nella zona a est di Parigi, dove governava 60 mucche e mia mamma invece faceva il formaggio. Già allora, tra il 1929 e il 1930, si faceva tutto a macchina“.
Poi il ritorno della famiglia in Valle d’Aosta.
“I miei erano di Quart e mio nonno di Trois Villes, dove mia mamma mi mandava quando non avevo scuola a governare le quattro mucche che aveva. In quel periodo, mi ricordo che mio nonno mi raccontò che negli anni ‘24 gli capito un terribile episodio. Come facevano molti valdostani, il martedì giorno di mercato, andò da Gaia a prendere una scodella di brodo, magari col vino. Mentre entrava da via Porte Pretoriane, all’altezza della caserma della Guardia di finanza, si imbattè in una ronda della milizia fascista che gli disse che avrebbe dovuto fare il saluto fascista. Lo presero, lo infilarono in un corridoio e lo picchiarono col manganello. Da allora portava sempre un cappello per nascondere lo sfondamento della cassa cranica”.
La famiglia di Michel era impegnata attivamente nella lotta partigiana. Vivevano poco sotto Trois Villes, nel villaggio di Chantignan, accanto alla loro “cantina”, un’osteria di riferimento e di appoggio per i partigiani, dove veniva dato loro cibo, coperte e indumenti.
“Mio papà aveva messo insieme un gruppo di giovani: c’erano renitenti, e anche ragazzi che non si erano presentati alla chiamata”, racconta. “Dopo l’8 settembre molti militari disertarono: anche dalla caserma “Testafochi”. Passavano dalla nostra zona, salivano in quota e poi cercavano di andare verso la Francia: così avevano meno probabilità di essere fermati dai fascisti.”
“Una mattina ne passarono tantissimi. Avevano ancora gli scarponi della Scuola Alpina, roba che io non avevo mai visto: era dotazione militare” ricorda. “Cercavano indumenti civili per non farsi notare, e spesso portavano con sé quello che avevano: anche armi”. Era settembre del 1943, il maresciallo Pietro Badoglio aveva appena annunciato la resa incondizionata agli alleati e la firma dell’armistizio.
“Mia mamma in quei giorni venne perfino convocata in Comune: c’era un fascista “puro”, uno di quelli che fiutano tutto”, dice Michel. “A un certo punto capimmo che eravamo nel mirino. Mio papà non poté più presentarsi al lavoro alla Cogne: restare esposti era troppo rischioso. Noi avevamo anche un’attività commerciale, una sorta di taverna, dove la gente passava, e a volte guardava, e spiava. Bastava poco”.
Il video testimonianza
Il 23 agosto del 1944 Michel assiste all’attacco da parte dei nazifascisti alla 13° banda partigiana, a Trois Villes, e all’incendio del villaggio: “Bruciarono tutti i villaggi. Mia mamma aveva messo tutti i suoi risparmi nel cassetto della macchina da cucire, una Singer a pedali che aveva portato da Parigi. L’avevano portata con il treno, assieme ai mobili del salotto stile Luigi XV che avevano in Francia. Mia madre aveva provato a entrare in casa per recuperare i soldi, ma un tedesco l’ha colpita con un moschetto”.
Da lì la fuga, fino ad Etroubles, dove i partigiani riescono ad occupare la caserma dei carabinieri allora disabitata: “Nonostante mio padre e altri partigiani fossero riusciti a far saltare il ponte vicino alla Clusaz, i fascisti arrivarono a Etroubles. Con una mitragliatrice venti millimetri mitragliarono la caserma. Ci fu un fuggi fuggi generale. I più grandi sono riusciti a scavalcare un parapetto e a dirigersi verso Saint-Oyen, ma io ero troppo piccolo e non ce la facevo. Sono quindi dovuto uscire da un’altra parte e andare verso il paese, da lì sono salito verso i campi, ma avevo una giacca bianca che mi aveva fatto un sarto, un certo Cera, con la tela paracadute che avevo preso a Ceresole reale quando ero andato con mio papà a recuperare le armi che facevano parte di un “lancio” in quella zona. Mi hanno quindi visto ed è arrivata una mitragliata, ma sono riuscito a nascondermi dentro ad un ruscello, dove era già nascosto un altro ragazzo che si chiamava Tonino e che è stato preso. Colpito alla tempia».
Arlian riesce a raggiungere il colle del Gran San Bernardo, dove rimane fino ad inverno inoltrato nascosto in una casa, tra l’Ospizio e l’albergo Italia, dove ogni tanto trovava ristoro. E con affetto ricorda la cuoca Marta, che ogni tanto gli dava da mangiare.
L’arrivo dei tedeschi lo costringe alla fuga in Svizzera. A Martigny si ritrova con la famiglia. Prima nel campo profughi e poi nei campi di internamento civile, dove gli uomini vengono divisi dalle donne. Michel si ritrova con la mamma e la sorella, nel campo vicino a Ginevra, dal quale la mamma e le altre donne potevano uscire per lavorare da famiglie.
“Ci davano poco da mangiare. All’interno c’era uno spaccio, ma bisogna pagare. E noi non avevamo niente – ricorda con commozione Michel -. Mia madre è quindi andata a lavorare da privati come sarta, per poter dare qualcosa a me e mia sorella. Poi lei sapeva il francese”.
Il ruolo della mamma è stato determinante nella vita di Michel. Una donna che ha sostenuto la lotta partigiana e che con forza ha difeso i suoi figli e la sua famiglia. Una donna forte: “Sì – dice Michel con le lacrime agli occhi – Si chiamava Delfina. Delfina Viérin”.
E fu lei, a Ginevra, a dirgli che l’Italia era stata liberata: “Mi raccontò della liberazione di Aosta e dei partigiani che erano scesi in città”.
Quindi il ritorno a casa, con l’aiuto di Don Manna, uno dei preti dell’Ospizio: “Tornati a Chantigan, trovammo la casa bruciata. Dovevamo ricominciare la vita, con niente”
Dopo la guerra, Michel è riuscito a completare le medie, poi la scuola Cogne destinata ai figli dei dipendenti. “Avevamo cominciato in 60 e al terzo anno siamo rimasti in dieci. Selezionavano davvero. Se studiavi bene, altrimenti era inutile perdere tempo. Io sono uscito tra i primi”. E infine il diploma: “Perito elettrotecnico” dice con orgoglio. E, in seguito, alla Scuola di trasmissioni di Roma, la specializzazione di radio amatore. Un traguardo importante per lui che ha dovuto interrompere gli studi in seconda media per evitare di essere catturato dalla milizia fascista.
Nel 1956 entra alla Cogne e dal 1969, fino alla chiusura delle miniere nel 1979, lavora a Cogne, capo reparto responsabile degli impianti elettrici, per poi rientrare in fabbrica ad Aosta, dove è rimasto fino alla pensione, nel 1983.
Michel vive ora ad Aosta, accanto alla moglie Bruna, conosciuta quando risiedeva a Sarre: “Era una nostra vicina di casa” dice e sorride. Dal matrimonio è nata Cristina che vive a Parigi e lavora al Louvre. Un altro ritorno alla “memoria”, alla fine degli Anni Trenta, alla storia dei nonni, agli inizi della vita di suo padre.
Ancora oggi, anche grazie ad una forma fisica invidiabile, Michel gioca a petanque e il pomeriggio sovente frequenta il bar Mochettaz, da oltre trent’anni luogo determinante per le tradizioni valdostane e per la memoria della valle. Ma soprattutto d’estate soggiorna nella sua casa di Saint-Nicolas, che con il tempo è diventato uno dei luoghi del cuore.
Si presenta all’intervista con Erika Guichardaz, componente dell’ANPI Valle d’Aosta (che ringrazio per la disponibilità e per la collaborazione): “Preferisco – dice lui timidamente- perché a volte la memoria mi tradisce“. In realtà Michel ha una memoria incredibile e ricorda ogni particolare, ogni dettaglio e ogni sfumatura di quegli anni: nomi di persone, di paesi, di villaggi, situazioni e luoghi. Come la trama di un film visto innumerevoli volte.
La forza dei ricordi, quelli che ti porti dentro tutta la vita. Una memoria straordinaria per un uomo straordinario.
