Operazione Geenna, la Corte d’appello di Torino rigetta il risarcimento per Marco Sorbara

Assolto in via definitiva dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa, il 59enne Consigliere regionale aveva depositato richiesta di riparazione per ingiusta detenzione. Per i giudici, al politico “può motivarsi rimprovero a titolo di colpa grave”.
Marco Sorbara
Cronaca

E’ stata rigettata, dalla quarta Sezione penale della Corte d’Appello di Torino, l’istanza di riparazione per ingiusta detenzione presentata da Marco Sorbara, 59enne commercialista di Aosta e oggi consigliere regionale nelle fila di Forza Italia. Il politico era stato coinvolto con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa nell’inchiesta “Geenna” della Dda di Torino e dei Carabinieri, su infiltrazioni di ‘ndrangheta in Valle d’Aosta.

Condannato a 10 anni di carcere in primo grado dal Tribunale di Aosta il 16 settembre 2020, Sorbara era stato assolto dalla Corte d’appello di Torino il 19 luglio 2021. La sentenza era divenuta definitiva il 24 gennaio 2023, a seguito del pronunciamento della Cassazione. Assieme ad altre 15 persone, era stato arrestato nel blitz scattato all’alba del 23 gennaio 2019, in esecuzione di una ordinanza di custodia cautelare del Gip di Torino.

Tra carcere (anche in isolamento) e detenzione domiciliare, Sorbara aveva trascorso in tutto 909 giorni di detenzione preventiva. Nel presentare l’istanza, con la quale chiedeva l’importo massimo di 516.456,90 euro (o uno minore, ritenuto di giustizia), il Consigliere regionale lamentava di essere “stato ingiustamente incolpato di aver contribuito causalmente a rafforzare la finalità della ‘locale’ di Aosta” di ‘ndrangheta, “ricevendo, peraltro, l’ordinanza restrittiva proprio nel periodo in cui era stato eletto consigliere della Regione Valle d’Aosta (nel 2018, ndr.), interrompendo pertanto, nel momento di massimo apice e prestigio, la propria carriera politica”.

Nell’ambito del procedimento, il Ministero dell’Economia e delle Finanze (attraverso l’Avvocatura dello Stato) e la Procura generale hanno depositato memorie chiedendo il rigetto dell’istanza. Nell’ordinanza conseguente alla Camera di consiglio dello scorso 14 gennaio, depositata il 5 marzo di quest’anno, la Corte d’Appello “ritiene che la richiesta sia infondata e vada rigettata, condividendo le argomentazioni tutte della Procura generale e dell’Avvocatura dello Stato”.

In particolare, i giudici osservano che “la sentenza assolutoria della Corte d’appello” del 2021 “non abbia escluso il verificarsi di certi accadimenti storici e non abbia smentito la portata di alcuni elementi di prova utilizzati dal giudice della cautela a sostegno del grave quadro indiziario e rispetto ai quali può motivarsi a Marco Sorbara un rimprovero a titolo di colpa grave”.

Nell’ordinanza si legge altresì che “la Corte d’appello non ha mai escluso che le logiche clientelari e di asservimento alla mafia da parte del Sorbara, indicate in sede di ordinanza cautelare, non fossero sussistenti ma per l’episodicità causale di tali contributi, le stesse non sono state ritenute idonee a garantire un vantaggio migliorativo causale ai fini associativi”.

Muovendo dalla sentenza di assoluzione del 2021, i giudici della quarta Sezione penale confermano quindi “il giudizio del contributo gravemente colposo a carico del Sorbara, il quale ha permesso di far apparire che egli sostenesse gli interessi del gruppo criminale e dei suoi membri, al di là dell’effettiva dimostrazione del concorso esterno”. Per queste ragioni, la richiesta d’indennizzo viene rigettata, ritenendo che “non possa essere liquidato al Sorbara alcun indennizzo avendo egli causato col suo comportamento l’applicazione della misura cautelare che, data la natura dell’imputazione (art. 416 bis c.p.) non poteva che essere quella carceraria o comunque detentiva”.

La decisione della Corte d’Appello è stata impugnata dai legali di Sorbara in Cassazione. Il ramo processuale in cui è stato assolto il Consigliere regionale (rieletto in Consiglio Valle nel 2025, dopo la sospensione dalle funzioni conseguente all’arresto) è ancora aperto per gli altri imputati. La Cassazione ha infatti disposto il terzo processo d’appello per il ristoratore Antonio Raso (condannato a otto anni di reclusione nell’appello bis a Torino), per l’ex consigliere comunale di Aosta Nicola Prettico e per Alessandro Giachino (sei anni e ottto mesi a testa), accusati di associazione mafiosa, nonché per l’ex assessora del comune di Saint-Pierre Monica Carcea (assolta nell’appello bis).

L’appello-ter non risulta ancora essere stato fissato. La presenza della “locale” aostana è, invece, certificata giudiziariamente dalla sentenza a carico degli imputati che avevano scelto il rito abbreviato, giunto a giudizio definitivo nell’aprile 2023, cristallizzando le condanne per associazione di tipo mafioso a carico di Bruno Nirta, Marco Fabrizio Di Donato, suo fratello Roberto Alex Di Donato e Francesco Mammoliti.

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