Federalismo fiscale e diritti sociali, analisi di un paradosso italiano

Ieri l’università della Valle d’Aosta ha ospitato un dibattito su welfare e federalismo fiscale. Emmanuele Pavolini: “Solo in Italia lo stato sociale aiuta maggiormente i cittadini delle regioni più ricche, nel resto d’Europa avviene il contrario”.
Economia

Diminuiscono i finanziamenti allo stato sociale, le misure anticrisi erodono il welfare, i diritti sociali, come quello all’assistenza sanitaria, sono sempre più precari. Intanto il federalismo fiscale è diventato realtà. Con quali conseguenze per i cittadini? Se lo sono chiesto i relatori del seminario organizzato ieri all’università della Valle d’Aosta nell’ambito del ciclo "Incontri a Scienze Politiche". Ad avviare il confronto è sono stati Ermanno Vitale, professore di filosofia politica all’università della Valle d’Aosta, e Patrick Vesan, docente di Scienze Politiche ugualmente all’ateneo regionale. Ermanno Vitale ha posto l’accento sulla differenza tra “un federalismo che unisce, e un federalismo che divide. Il primo è storicamente sempre esistito, ma è il secondo, molto più recente, che si sta affermando da noi ora, in un contesto in cui stiamo assistendo al tramonto dello stato sociale”. Secondo Patrick Vesan “”Le persone soggette a gravi deprivazioni materiali, secondo l’Eurostat, sono molto più numerose nel nostro Paese che nel resto d’Europa, Spagna compresa. Tutto questo, a fronte dei tagli al welfare, dell’inasprimento dei vincoli di bilancio, dell’approfondirsi dei divari tra i territori, della crescita dei bisogni e delle necessità sociali, ha creato una situazione veramente difficile. In questo contesto si è inserito il federalismo fiscale”.

Il federalismo e la solidarietà nazionale
Francesco Pallante, ricercatore di diritto costituzionale presso l’Università di Torino, è partito dal concetto di uguaglianza sostanziale tra cittadini, basato sull’art.3 della Costituzione, per mostrare i limiti di un certo pensiero federalista. “E’ il principio di solidarietà che rende attuabile l’uguaglianza sostanziale. Spesso si fanno comparazioni ad esempio tra la Lombardia e la Sicilia. La prima paga molte più tasse di quanto non riceva, mentre la seconda si comporta all’opposto. E’ un ragionamento che fa acqua, perché – ha sottolineato – non sono le regioni a pagare le imposte, ma i cittadini. E sono sempre questi ultimi ad usufruire dei servizi, a titolo individuale. L’aliquota infatti dipende dal reddito, e non dalla regione di appartenenza, l’uguaglianza sostanziale degli italiani sancita dalla Costituzione impone il principio di solidarietà nazionale, per cui più si guadagna più si pagano tasse a favore della collettività”.

Il paradosso italiano: più servizi a chi ne ha meno bisogno
Eppure un confronto tra regioni e macroaree geografiche può aiutare a comprendere meglio come il federalismo fiscale agisca sul territorio. Era questo l’argomento della relazione di Emmanuele Pavolini, professore di sociologia economica presso l’Università di Macerata.
Quante Italie esistono? Si è chiesto il docente. “Esistono più modelli concreti di Paese, estremamente dissimili tra loro. Possiamo individuare due macroaree fondamentali, il Centro Nord da una parte, e il Sud più il Lazio dall’altra. Le differenze, in termini di servizi sociali, saltano all’occhio. In questo la distanza tra l’Italia e l’Europa, inoltre, è notevole. Infatti in molti altri Paesi esistono alcune regioni meno sviluppate, ma la distanza tra queste e le regioni ricche in nessuna nazione europea ha assunto proporzioni tanto evidenti. Eppure il dato più preoccupante è forse un altro: il divario tra Centro Nord e Sud più Lazio, negli ultimi anni è decisamente aumentato, segno che le misure adottate hanno fallito”.
Un ultimo grafico suggerisce una possibile pista interpretativa. “In tutti i Paesi europei – conclude Pavolini – è proprio nelle regioni più svantaggiate che lo stato sociale interviene più massicciamente con programmi di sostegno, finanziamenti, programmazioni e risorse. Unicamente in Italia avviene il contrario, e le regioni più bisognose sono quelle dove lo stato sociale è più sordo alle necessità dei cittadini”. Insomma, ecco il paradosso italiano: la mano del welfare, che dovrebbe appianare le differenze tra ricchi e poveri, interviene ad aumentare il fossato tra loro. “Abbiamo tutti i dati che servono per avviare una riflessione riguardo a come il federalismo fiscale distribuisca le risorse. Purtroppo in Italia il dibattito è paralizzato da opposte ideologie, da contrapposizioni “a prescindere” che annichiliscono la serenità del dibattito”.


La Valle d’Aosta e la trappola dell’autoreferenzialità

E’ un meccanismo messo in luce anche dall’ultimo relatore, Gianni Nuti, direttore delle Politiche Sociali nell’assessorato regionale alla Sanità. “Ho partecipato al tavolo Stato-Enti locali per la stesura delle linee guida per i livelli essenziali delle prestazioni. A fronte dell’imponente taglio ai finanziamenti, era stata avanzata una proposta intelligente. Ogni regione avrebbe potuto puntare ad un obiettivo, e l’ente statale si sarebbe occupato di monitorare, accompagnare e valutare i risultati. Ma l’idea non è stata apprezzata dalle Regioni, in quanto lo sforzo sarebbe stato troppo grande rispetto ai risultati”. Il federalismo può diventare un atout, solo a patto, ha concluso Nuti, di “valorizzare le opportunità e le risorse, come il terzo settore e il volontariato. Questo si può fare anche in Valle d’Aosta, a patto di evitare la trappola dell’autoreferenzialità. Dobbiamo reclutare soldi e progettualità ben oltre i confini valdostani, in Italia e in Europa, facendo leva sulle nostre peculiarità culturali”.
 

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