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Ultima modifica: 12 Novembre 2019 12:30

Come un’agenzia di viaggi, ma gestita da “passeur”: sei arresti

Aosta - L’operazione “Connecting Europe”, di Squadra Mobile e Servizio Centrale Operativo, coordinata dalla Dda di Torino, ha messo in luce un’organizzazione dedita ai trasferimenti di migranti senza documenti dall’Italia al Paese europeo prescelto.

Operazione "Connecting Europe"

La polizia di Stato ha dato esecuzione a sei provvedimenti restrittivi emessi nei confronti di altrettanti cittadini iracheni, responsabili di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.Gli uomini della Squadra Mobile di Aosta e del Servizio Centrale Operativo, coordinati dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Torino, hanno scoperto un sodalizio criminale capace di gestire i flussi di clandestini provenienti dal medio oriente attraverso la rotta migratoria del mediterraneo orientale.Le indagini hanno avuto inizio in seguito all’arresto di “passeur” effettuati dal Settore Polizia di Frontiera di Aosta all’inizio dell’anno in corso. Sono stati documentati numerosi viaggi effettuati verso paesi europei attraverso i trafori e valichi situati in Valle d’Aosta (traforo del Monte Bianco) e in Piemonte (traforo del Frejus) e anche attraverso valichi di frontiera secondari per sfuggire ai controlli di polizia.#essercisempre #questuradellavalledaosta #poliziadistato

Pubblicato da Questura della Valle d'Aosta su Lunedì 11 novembre 2019

Funzionava come un’agenzia, ma per la Polizia l’organizzazione capitanata da sei iracheni colpiti da ordinanza d’arresto negli scorsi giorni non proponeva viaggi di piacere, malgrado i prezzi non proprio popolari. Il trasbordo dall’Italia all’estero (Francia, ma non solo) di migranti senza documenti per espatriare avveniva stipati su furgoni normalmente usati per le merci, senza aerazione né riscaldamento, e con bottiglie di plastica per espletare i bisogni. Ora, tutti e sei sono accusati, dal pm Valerio Longi della Dda di Torino, di associazione a delinquere finalizzata al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

Tre sono già finiti in cella. Si tratta di Usman Ali (29 anni), Mohammed Salah Saeed (23) e Mohammed Aziz Mohammed Kamali (25). L’ultimo è in carcere a Brissogne dallo scorso 9 agosto, quand’era stato preso dalla Polizia di frontiera lungo la strada per il colle del Piccolo San Bernardo. Per gli inquirenti era la “staffetta” di un Renault Trafic con dieci profughi. Quella notte, l’autista del mezzo era riuscito a scappare a piedi dopo un rocambolesco inseguimento. Secondo gli agenti si trattava di Salah Saeed. La Polizia ha individuato lui e il terzo fermato tra Torino e la Provincia di Venezia. Altri due dei ricercati sono stati localizzati all’estero ed il sesto è attualmente latitante.

L’inchiesta, condotta dalla Squadra Mobile della Questura di Aosta e dal Servizio Centrale Operativo, nasce lo scorso 17 gennaio. Al traforo del Monte Bianco vengono bloccate due monovolume ed un furgone. A bordo gli agenti trovano trentotto migranti, prevalentemente iracheni e pachistani, inclusi cinque minori. È proprio identificando uno di questi che gli investigatori risalgono al suo sbarco in Italia. Quella notte vengono arrestati quattro “passeur” ed inizia a prendere forma la fisionomia di un gruppo in grado di gestire i flussi provenienti dalla rotta del Mediterraneo orientale.

La base logistica viene individuata in Torino. Da là, secondo quanto emerso da intercettazioni telefoniche, controllo incrociato di tabulati e attività classiche come pedinamenti, il sodalizio si occupava di tutta la filiera del viaggio. I migranti pagavano cifre ricostruite dai 1.000 ai 10mila euro a testa, a seconda delle rotte e di altri fattori (come il numero di partecipanti, da cui derivava la complessità del supporto da assicurare), e ricevevano accoglienza ed ospitalità all’ombra della Mole, quindi il viaggio, con l’organizzazione che sequestrava i telefoni dei passeggeri, partiva verso il Paese prescelto. Gli inquirenti ne hanno documentati diversi, anche attraverso il traforo del Fréjus e i valichi piemontesi di Moncenisio e Monginevro.

Il “modus operandi”, in strada, era quello di staffette che precedevano il veicolo con i profughi, così da avvisare di eventuali controlli di polizia (i ruoli venivano definiti dalle figure di vertice, spesso coinvolte direttamente, come nel caso di agosto). “L’associazione si caratterizzava per la spiccata elasticità e per una certa caparbietà nell’offrire il ‘servizio’”, ha spiegato il Dirigente della Squadra Mobile, il commissario capo Eleonora Cognigni. Gli arresti (come quello all’inizio dell’anno) non fermavano infatti l’attività. I furgoni venivano, a quanto appurato, noleggiati e questa caratteristica faceva sì che il gruppo riuscisse a riorganizzarsi e continuare a gestire il flusso.

Nell’operazione – che ha visto la collaborazione non solo tra vari reparti ed uffici della Polizia di Stato, ma anche con forze dell’ordine straniere ed agenzie internazionali come “Europol” – sono scattate pure delle perquisizioni, con il sequestro di numerosi telefoni cellulari, schede telefoniche di vari Paesi, dispositivi informatici, documenti e denaro. Materiale sul quale sono in corso approfondimenti investigativi. Gli inquirenti si aspettano conferme sull’attività nel nord Italia e informazioni utili sui collegamenti con altre “reti” di gestione dei migranti nei Paesi di provenienza (la rotta dall’Iraq al Mediterraneo passa per Grecia e Turchia). La Polizia è decisa a completare la “mappa” di un “business” costruito sulla disperazione altrui.

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