Cronaca

Ultima modifica: 31 Agosto 2019 12:00

La “locale di Aosta” della ‘ndrangheta, tra ufficiali e soldati semplici

Aosta - L’avviso di chiusura dell’inchiesta Geenna della Dda di Torino, notificato ieri a venti indagati, ricostruisce la fisionomia della cellula di crimine organizzato che, secondo i Carabinieri, era attiva in Valle almeno dal 2014.

Palazzo giustizia Torino

La “locale di Aosta”, esistente “quantomeno dal gennaio 2014” era “una struttura delocalizzata e territoriale della ‘ndrangheta”, caratterizzata dalla “presenza di appartenenti alle ‘ndrine dei Di Donato, dei Nirta, dei Mammoliti e dei Raso”. Lo scrivono i pm Stefano Castellani e Valerio Longi, della Dda di Torino, nell’avviso di chiusura dell’inchiesta Geenna, notificato ieri, giovedì 29 agosto, a venti persone. Tredici sono implicate nel filone valdostano delle indagini svolte dal Gruppo Aosta dei Carabinieri, sull’infiltrazione del crimine organizzato nella regione e nel suo tessuto sociale, economico e politico.

Ufficiali e soldati

Secondo gli inquirenti, la formazione ‘ndranghetista attiva nel capoluogo e zone limitrofe, era composta da Marco Fabrizio Di Donato (50 anni), Roberto Alex Di Donato (42), Alessandro Giachino (40), Francesco Mammoliti (48), Bruno Nirta (61), Nicola Prettico (39) ed Antonio Raso (51). Sono tutti stati arrestati nel blitz dello scorso 23 gennaio, che aveva fatto venire a galla l’inchiesta, ed ancora rinchiusi in vari carceri italiani. La contestazione, per ognuno, è di associazione di stampo mafioso.

La “locale” cui avevano dato vita, si legge nell’atto, “si valeva della forza d’intimidazione del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento e di omertà che ne deriva per commettere delitti”, nonché per “acquisire, in modo diretto o indiretto, la gestione o comunque il controllo di attività economiche”. Per ogni presunto affiliato di “chez nous”, i militari del Nucleo Investigativo hanno ricostruito il grado e la specializzazione, proprio come in un corpo aziendale.

La promozione, direzione ed organizzare del sodalizio criminale toccava, stando alla Dda, a Marco Fabrizio Di Donato, Antonio Raso e Bruno Nirta. Nel mandare avanti il business, obiettivo comune, si erano suddivisi altri compiti. Il primo “manteneva i contatti con gli altri esponenti di vertice delle locali della ‘ndrangheta piemontese”, il secondo “soprintendeva e controllava il comportamento dei giovani calabresi residenti in Valle d’Aosta” e il terzo “coordinava l’attività di altri affiliati in modo da garantire i contatti con esponenti di vertice della ‘ndrangheta, mediante le cosiddette ambasciate” verso la Calabria.

Tutti gli altri erano “partecipi”. Si mettevano, cioè, a “disposizione di chi svolgeva ruoli e compiti organizzativi”. Anche in questo caso, tuttavia, esistevano “abilità parallele”. Prettico “per incrementare la rete di relazioni e contatti con esponenti della società civile e consolidare la presenza sul territorio” si candidava alle “elezioni per il Consiglio comunale di Aosta”, venendo eletto “anche con i voti del sodalizio” (oggi è sospeso). Mammoliti “controllava e gestiva il settore del commercio ambulante dei venditori calabresi” e Giachino supportava il capo “locale” Di Donato.

Il concorso esterno nell’associazione

Riguarda gli eletti in due enti locali valdostani. Gli unici che, dall’inizio dell’inchiesta e dopo essere stati arrestati, abbiano ottenuto gli arresti domiciliari. Sono Monica Carcea (54), ex assessore alle finanze del Comune di Saint-Pierre (si è dimessa dopo essere finita in manette), e Marco Sorbara (52), all’epoca dei fatti assessore alle politiche sociali in municipio ad Aosta e oggi consigliere regionale sospeso per lo scattare della legge “Severino”. Entrambi, incassato il “sostegno elettorale” della “locale”, sarebbero stati fedeli ad essa nello svolgimento del proprio mandato.

In particolare, Carcea avrebbe bussato alle porte di alcuni componenti dell’associazione (Di Donato Raso e Prettico) per chiedere di intervenire in suo favore, al fine di “comporre tensioni e contrasti” con altri assessori della Giunta (anche sollecitando ad incontrare il Sindaco), nonché per comunicare l’intenzione di due componenti dell’Esecutivo di non rinnovare il contratto del servizio di trasporto scolastico ad una ditta di cui era titolare il cognato di Raso, in scadenza nel giugno 2016. Carcea si sarebbe inoltre preoccupata di tenere informati i suoi “contatti” con notizie sulle “determinazioni che la Giunta comunale stava discutendo”.

Sorbara, per parte sua, avrebbe avuto Raso quale referente nell’associazione, al quale riferiva “quanto accadeva all’interno delle delibere e delle decisioni oggetto di discussione”, oltre ad intervenire “per risolvere problemi di varia natura” (in materia di lavoro e di rapporti con l’azione amministrativa del Comune) che “gli appartenenti alla comunità calabrese” in Valle “prospettavano a Raso”.

Due sono gli episodi menzionati espressamente nell’avviso: l’oggi consigliere regionale avrebbe posto al titolare della pizzeria “La Rotonda” il “problema sorto per gli spazi espositivi tra gli artigiani calabresi interessati ad esporre i propri prodotti ad Aosta in occasione della Fiera di Sant’Orso 2017”, nonché le “le tensioni ed i conflitti” in Giunta e in Consiglio “in occasione alla donazione di alcuni mobili ed arredi”, da parte dello stesso Sorbara, al Comune di San Giorgio Morgeto.

Il tentato scambio politico-mafioso

Dalle “relazioni pericolose” con gli esponenti politici deriva, a vario titolo, per Raso e Marco Fabrizio Di Donato, l’accusa di tentato scambio politico-mafioso. È legata all’aver promesso ai due candidati di “procurare voti alle elezioni comunali” cui si erano candidati nel maggio 2015, rispettivamente a Saint-Pierre ed Aosta, in cambio della promessa “di ottenere informazioni coperte dal segreto d’ufficio o quantomeno riservate”, relative alle decisioni degli organi esecutivi degli enti.

L’obiettivo? Per i pm era chiaro: Influenzare, tramite i due eletti, “i processi decisionali dei predetti organi amministrativi ed orientarne le scelte e le decisioni”, a tutto “vantaggio degli interessi dell’associazione di tipo mafioso”. Per il solo Raso, l’addebito è relativo anche ad un’altra circostanza: aver organizzato, ad inizio 2015, nel suo locale, un incontro con Fulvio Centoz, “all’epoca segretario regionale del PD”, per discutere dell’imminente appuntamento elettorale.

In quella circostanza, Raso si sarebbe speso in promesse quali “se io ti dico che ti do una mano piuttosto mi taglio le mani… ma io la mano te la do”, oppure “io e degli amici era la terza volta che si votava… ed è salito… la seconda volta che si è presentato, non è salito. Perché?”. Nella lettura degli inquirenti, frasi dirette “in modo non equivoco a promettere voti”, per ottenere “altra utilità” (in particolare posti di lavoro). Il tentativo sfumava, in quanto – annotano i pm – Centoz “non accoglieva la proposta”.

La “soffiata”

L’indagine, durata mesi ed articolata in attività investigative più moderne e di tipo tradizionale (come i servizi di osservazione, controllo e pedinamento) ha rischiato anche delle battute d’arresto. Uno scenario dal quale è scaturita l’accusa di favoreggiamento, mossa a tre indagati a piede libero, i cui nomi rappresentano la “novità” rispetto all’ordinanza del gennaio scorso.  Giacomo Albanini (di Novara, 58 anni), Roberto Bonarelli (di Aosta, 64) e Giancarlo Leone (di Torino, 56) avrebbero aiutato Raso “ad eludere le investigazioni” dei Carabinieri, riferendogli “che nei suoi confronti erano state attivate intercettazioni telefoniche” ed ambientali, nella pizzeria “La Rotonda”.

Violenze ed armi

A completare il quadro delle contestazioni su quanto ricostruito in Valle dai militari del Reparto Operativo (il resto dell’inchiesta è attinente ad un traffico di stupefacenti di proporzioni significative, su rotte più ampie, sviluppato dal Ros di Torino) sono alcuni episodi estorsivi e violenti. Marco Fabrizio Di Donato deve rispondere di estorsione, per aver minacciato il titolare di un ristorante aostano che se avesse affidato i lavori di ristrutturazione allo studio professionale da lui scelto, e non agli artigiani che gli sarebbero stati suggeriti, “gli avrebbe incendiato il locale”.

Per Salvatore Filice, 52 anni, altro indagato in libertà, l’accusa è invece di concorso in tentata estorsione e di violazione delle norme sulle armi. Con altre persone, non identificate, tra giugno e luglio 2015, avrebbe puntato una pistola a due fratelli, intimando di consegnargli 10mila euro. L’intento non riusciva perché costretto “ad interrompere le proprie richieste”, a seguito dell’intervento “nell’interesse delle persone offese” di Raso e Marco Fabrizio Di Donato. Quest’ultimo, in particolare, avrebbe chiesto ad un conoscente di picchiare Filice (cosa che accadeva, cagionandogli lesioni giudicate guaribili in sette giorni), fatto valsogli pure un’imputazione di concorso in lesioni personali.

Insomma, un insieme di accuse che spazia tra alcuni degli articoli più pesanti del codice penale italiano. D’altronde, non è un caso se la valle a sud-ovest di Gerusalemme, cui l’inchiesta deve il nome, nel Vangelo è presa a simbolo dell’Inferno: era stata eletta a immondezzaio, perché vi ardeva continuamente il fuoco. Gli sviluppi futuri del procedimento (dopo la chiusura delle indagini, valutate le eventuali reazioni difensive degli indagati, i pm decideranno sulle richieste di rinvio a giudizio, chiedendo quindi il processo) diranno se le fiamme bruciassero anche in questo lembo di nord-ovest e quindi se quello visto dai Carabinieri oggi comandati dal tenente colonnello Maurizio Pinardi era davvero fumo.

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