Cronaca di Christian Diémoz |

Ultima modifica: 15 Giugno 2019 11:36

Quelle inquietanti similitudini tra “malAosta” e “Gomorra”

Aosta - “Sentinelle” all’ingresso del quartiere Cogne, un militare coinvolto nell’inchiesta ed armi portate con naturalezza: tutti i motivi per cui la Procura è intervenuta disponendo direttamente i fermi eseguiti dalla Finanza negli ultimi giorni. Gallery

Blitz coverL'operazione malAosta della GdF.

Non spacciava solo “malAosta”. Non picchiava solo “malAosta”. Sparava anche. O almeno si vantava di farlo. Non le hanno trovate nell’operazione culminata nel “blitz” di stanotte, ma il decreto della Procura che dispone i sette fermi eseguiti dalla Guardia di finanza negli ultimi tre giorni le menziona chiaramente. Sono due pistole – una calibro 38 e una “Browning” – che, stando alle indagini del Gruppo Aosta, sarebbero state in possesso di Raffaele D’Agostino (54 anni) e della sua amante Caterina Battaglia (44), entrambi residenti nel quartiere Cogne ad Aosta e primi a finire in cella mercoledì notte.

“Ho sparato a quattro cinque di loro”

Intercettato, l’uomo – mentre parla della rissa scatenatasi lo scorso 16 marzo, con i componenti di un’altra famiglia, sempre nell’angolo di città che l’inchiesta ha messo in luce come una “terra di nessuno” – dice: “l’altro giorno ho sparato addosso, ho sparato a quattro cinque di loro…”. “Mi sto facendo vedere poco, – aggiunge – non mi posso fare vedere per di qua, se mi trovano la polvere da sparo addosso mi arrestavano”. Testimoni dell’accaduto avevano riferito di aver udito colpi di arma da fuoco, ma nulla, negli accertamenti dell’indomani, aveva confortato quella tesi.

Il perché, per gli inquirenti, è svelato dallo stesso D’Agostino, in un’altra conversazione: “i botti non li hanno trovati perché io ho sparato con la 38 (a tamburo, che non rilascia i bossoli, ndr.), non è che io ho sparato con la pistola a caricatore, gli ho sparato con la 38”. Dettaglio inquietante, per i sostituti procuratori titolari dell’inchiesta, Luca Ceccanti e Francesco Pizzato, “per la manutenzione di una” delle armi, i possessori si erano rivolti a un altro degli arrestati, Francesco Battaglia (46enne, fratello di Caterina), “componente dell’Esercito Italiano che in passato ha svolto la mansione di armaiolo”.

Anche in questo caso, rivelatrice risulta una frase ascoltata dai finanzieri. In essa, la donna afferma “lui (Raffaele, ndr.) ha chiesto un favore a mio fratello… io gliel’ho portata a casa, mio fratello se l’è portata in caserma e l’ha fatta uscire…”. Della 38 e della Browning non s’è trovata traccia materiale (e gli inquirenti sottolineano la massima collaborazione ricevuta dal Centro Addestramento Alpino nelle indagini), ma “pensare che in alcune zone della città ci siano episodi di criminalità del genere – riflette il tenente colonnello Francesco Caracciolo, comandante del Gruppo Aosta – è una sorpresa e motivo d’allarme”.

“Gomorra” style

Inquietudine rafforzata anche da altri dettagli affiorati nei sei mesi d’investigazioni, convergenti su un controllo del territorio, da parte dei soggetti fermati, in uno stile non privo di richiami al camorrismo. Nei pedinamenti e nelle osservazioni, i finanzieri hanno annotato di essersi imbattuti in più occasioni in “sentinelle” all’ingresso del quartiere. Stratagemmi da “Gomorra” (a cui gli inquirenti riconducono anche alcuni tatuaggi visti sugli indagati), per far sì che lo spaccio continuasse al riparo da occhi indiscreti.

Del “business” della “neve” si sarebbero occupati in primis D’Agostino e la Battaglia, scendendo in Campania (altra destinazione da vagliare investigativamente, per la differenza rispetto alle abituali Torino o Milano) almeno una volta ogni due settimane e confezionando le dosi in un laboratorio domestico. A dar loro man forte nella vendita sarebbero stati altri due aostani portati a Brissogne, Marino D’Agostino (37) e Giuseppe Caponetti (43). All’etto di “bamba” sequestrato i finanzieri sono arrivati grazie al fiuto di un cane antidroga e quasi non credevano ai loro occhi: in parte era celata sotto un cappello da Carabiniere, di un parente della Battaglia.

Altri quantitativi sono stati recuperati, a seguito dell’osservazione di vari scambi con clienti. Ad alcuni veniva anche fatto credito ed era Caterina Battaglia ad incaricarsi (anche con appunti in parte individuati dalle “Fiamme gialle”) di “tenere la contabilità” e recuperare lo “scoperto” di chi ne accumulava troppo. “I vizi si pagano, i vizi si pagano” ha detto di una donna che non “rientrava”, mentre parlava con Raffaele D’Agostino, pronto nell’aggiungere: “La devi picchiare solo”. Altra attività di spaccio, per quanto “parallela ed autonoma”, è contestata agli ultimi due arrestati di “malAosta”: Antonio D’Agostino (39, Aosta, nipote di Raffaele) e Albert Bushaj (39, Châtillon).

“Ti devo buttare là dentro?”

L’ultimo è una vecchia conoscenza delle forze dell’ordine: si contano almeno due suoi procedimenti penali precedenti, sempre per traffico di droga, uno dei quali per aver continuato a gestire il “giro” mentre era ai “domiciliari”.  Un’altra scena degna della serie tv ambientata nei dintorni delle “Vele”, così come altrettanto sembrano essere le armi saltate fuori nelle oltre venti perquisizioni: coltelli, un machete, una balestra, una sbarra metallica da un metro che i finanzieri ritengono essere state non solo detenute, ma portate in giro con naturalezza. Il fine, per Procura e finanzieri, era unico: intimidire.

Il decreto di fermo individua anche dei destinatari dell’azione, aprendo scenari estorsivi, ad esempio nel caso del “racket dei camioncini”, in cui le minacce erano il “piatto del giorno” per i venditori ambulanti di frutta e verdura provenienti dal Piemonte, che “osavano” occupare piazzole destinate, nei piani degli indagati, ad altri. E’ sempre Raffaele D’Agostino a raccontare, a voce alta, di essere stato da uno di questi, indimandogli: “io ti faccio un discorso sano, mo’ devo prendere a te e il camion e ti devo buttare là dentro?”. Parole che gli inquirenti non riescono a leggere che come “riferimento al luogo dove l’ambulante svolge la propria attività professionale sotto un cavalcavia” vicino alla Dora.

Insomma, “Gomorra” a due passi dal centro città avrebbe raggiunto livelli tali da convincere la Procura diretta da Paolo Fortuna a non chiedere ed aspettare un’ordinanza del Gip, ma ad intervenire direttamente con i fermi (che dovranno essere ora convalidati dal Tribunale, in udienze previste per i prossimi giorni) per interrompere speditamente l’attività criminosa. Una misura “d’urgenza” tale da far esclamare al comandante regionale della Guardia di finanza, il generale di brigata Raffaele Ditroia: “la semplice prevenzione, spesso è insufficiente. Per arrivare a determinati risultati, l’attività investigativa è fondamentale. Il transito della pattuglia è deterrente, ma fino ad un certo punto”. Quel punto che, agli occhi di investigatori e pm, “malAosta” aveva superato.

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