Cultura e spettacolo

Ultima modifica: 13 Maggio 2019 11:07

Caterina Gobbi porta i suoi suoni e le sue sensazioni al Castello Gamba

Châtillon - L’opera della giovane valdostana, “In centinaia di migliaia di anni abbiamo imparato che quando gli uccelli cantano tutto va bene”, è un’investigazione sonica del paesaggio montano che si interroga sul rapporto tra l’uomo e l’ambiente naturale.

Caterina GobbiCaterina Gobbi

Quando gli uccelli cantano, anche al Castello Gamba va tutto bene. Se poi sono gli uccelli di Caterina Gobbi a incantare e spiazzare nel meraviglioso contesto del museo di Chatillon, la dimensione che si crea è più che insolita.

L’opera “In centinaia di migliaia di anni abbiamo imparato che quando gli uccelli cantano tutto va bene”, è un’investigazione sonica del paesaggio montano che si interroga sul rapporto tra l’uomo e l’ambiente naturale. Pensata sotto forma di percorso in sei tappe all’interno e all’esterno del Castello Gamba, la performance pone l’accento sulla caratteristica scultorea del suono, capace di riempire spazi, creare relazioni e trasmettere sensazioni. In ogni tappa è stato interpretato uno spartito, scritto appositamente per il luogo, in riferimento all’architettura, alle opere e alla natura della valle. Basi ed effetti elettronici si sono intrecciati con le voci di tre cantanti corali, narrando situazioni comuni della vita in montagna, come il paesaggio ovattato dopo una grande nevicata, una faticosa scalata alla vetta, l’eco di un sasso che rotola a valle o la bellezza dei fiori selvatici.

Il vento di sabato ha accompagnato la performance della giovane valdostana tutto il pomeriggio, aumentando ulteriormente il fascino misterioso del significato che ognuno attribuisce a questo lavoro e amplificando le sensazioni, come nel primo atto, sotto la grande sequoia del parco del castello, dove Pazienza, Attesa e Costanza hanno dato il via al viaggio lunare e surreale di tutti i presenti, insieme durante gli spostamenti da un atto all’altro e da una location all’altra, eppure ognuno ripiegato in una sfera personale fatta di emozioni e sollecitazioni date dagli effetti sonori creati da Dahu (Caterina) e dalle voci di Davide Sacco, Francesca Lo Verso e Alessandra Vaglienti.

Il secondo atto, nella capriata del museo, è uno dei passaggi più naturalistici, dove, i cantanti riproducono i suoni degli uccelli caricandoli di caratteristiche molto umane, avvicinandosi al pubblico e trasportandolo al centro della rappresentazione.

Caterina trasporta di sala in sala, dal parco al balcone, la consolle che lei stessa ha progettato e costruito per l’installazione. Due casse, delle corde di arrampicata e dei moschettoni, qua e là delle prese da parete di arrampicata, come a sottolineare che nonostante la sua vita ora sia nelle grandi metropoli europee, la montagna è qualcosa che rimane impressa nella mente e che ogni tanto la richiama a sé e alle sue origini. Figlia dell’erede della Grivel, Gioachino Gobbi, la giovane di Courmayeur fa delle sue origini una spinta e una forza ulteriori, andando a ricercare anche in altitudine le sue ispirazioni.

I visitatori seguono i protagonisti e la traccia sonora che lascia le Dahu spostandosi dalle sale alte fino al balcone del castello ed è qui che l’ultimo atto, il più emozionante e denso di significato, va in scena: il vento sferza potente, mentre Pazienza, Attesa e Costanza indossano degli occhiali sui cui scivolano delle parole, 100 parole, le più utilizzate da Donna Haraway in “Manifesto Cyborg. Donne, tecnologie e biopolitiche del corpo“.

Da Courmayeur, Caterina è partita per studiare altrove, ma la sua dimensione di montagna e altitudine non l’ha mai abbandonata: “Ho vissuto a Londra fino all’estate scorsa, dove ho fatto un sacco di cose prima di capire cosa volessi fare, tra le quali ho lavorato tanto come scenografa su set fotografici poi dopo aver deciso di intraprendere una carriera artistica ho completato un master alla Royal College of Art. Dopo il master, brexit ed un po’ di assuefazione dalla città mi sono trasferita a Berlino ed attualmente vivo lì. Il master è stato molto utile per raffinare la mia pratica che prima era forse un po’ più amatoriale. Non ho un mezzo artistico specifico ma ne utilizzo diversi, scultura, suono, performance ed installazione. Sembra complicato, ma quello che lega tutto insieme è sempre la parte sonora. Per quanto riguarda il Gamba, è un’opera prodotta apposta per il museo ed è principalmente ispirata al paesaggio e alle situazione del vivere in montagna, più generalmente al rapporto tra l’uomo e la natura”.

Il Castello Gamba si conferma quindi un incubatole per giovani talenti valdostani e tale dovrebbe rimanere. Le sue sale, le sue opere si prestano a ospitare nuove forme di comunicazione e arte, regalando ai visitatori la libertà di perdersi e immaginarsi ovunque, questo soprattutto grazie alla sua architettura e alle sue linee pulite. Regalare uno spazio ai giovani talenti locali potrebbe rivelarsi la rinascita di un museo non semplice da approcciare rispetto ai grandi e storici castelli valdostani, ma più cittadino e di ampio respiro.

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