Quando i Depeche Mode misero il Cervino in copertina

Il 22 agosto 1983 uscì “Construction Time Again”, il terzo album in studio dei Depeche Mode, dalla copertina familiare ai valdostani. Nei quarant'anni del lavoro "di transizione" di Gahan, Gore e compagni, ne ripercorriamo la storia.
Construction Time again DM
Cultura

Sono numerosi i valdostani che, lo scorso 14 luglio, erano a San Siro per la tappa milanese del tour “Memento Mori” dei Depeche Mode, il primo dopo la prematura scomparsa del tastierista Andy “Fletch” Fletcher. Quest’oggi, martedì 22 agosto, la storia del gruppo di Basildon incrocia nuovamente la Valle, con una ricorrenza specifica per i fan della nostra regione. Esattamente 40 anni fa, su Mute Records, usciva infatti “Construction Time Again”, terzo album in studio della band.

Sul 33 giri, il Matterhorn…

Ai motivi di successo dell’opera (disco d’oro nel Regno Unito, con 100mila copie vendute, e in Germania, con 250mila copie) se ne affianca uno decisamente familiare per chi vive nell’estremo nord-ovest d’Italia, che non può sfuggire sin dal primo sguardo alla copertina. Sulla foto-immagine del 33 giri prodotto da Daniel Miller troneggia infatti l’inconfondibile profilo piramidale del Monte Cervino, ripreso dal versante svizzero, la parete nord.

La composizione visuale, completata da un muscoloso modello pronto a sferrare un colpo di martello sulla cima, è opera del fotografo britannico Brian Griffin, che in varie interviste ha rivelato alcune curiosità su quella sessione. “Abbiamo preso la funivia, quindi siamo ancora saliti sulla montagna, con le nostre luci e macchine fotografiche”, ha detto il professionista, che vanta anche collaborazioni con The Clash, Devo e i Frankie Goes To Hollywood.

Depeche Mode esordi
I Depeche Mode agli esordi.

“Abbiamo portato il martello in Svizzera da Rotherhithe, a Londra (sede dello studio del fotografo, ndr). – continua il racconto – Il modello è il fratello, ex Marine, del mio assistente dell’epoca, Stuart Graehame”. Come talvolta è accaduto per lavori del genere, alcune immagini scattate in quell’occasione sono andate smarrite e ritrovate solo nel 2015 (ed è possibile vederle sul sito di Griffin, assieme a quella che lui avrebbe voluto come cover, ma che la band non approvò).

…e sul 45 il Cervino

Chi obiettasse che sì, quello è il Cervino, ma visto da Zermatt, mica dalla Valtournenche, trova una risposta nei singoli legati all’album, che al tempo anticipavano, e mantenevano viva (soprattutto grazie alle radio), l’attenzione su un disco. Se il primo, “Everything Counts” (che “batté la pista” all’lp ed è divenuto una hit dei Depeche Mode ancora oggi suonata nei concerti), presenta un disegno-bozza della copertina del 33 giri in arrivo, è al secondo che si rivolgono le nostre attenzioni.

“Love In Itself”, pubblicato il 19 settembre 1983, piazza infatti sul fronte del 45 giri (formato praticamente scomparso) una foto della parete est del Cervino (salita per la prima volta nel 1932, da Enzo Benedetti e Giuseppe Mazzotti, con le guide Louis e Lucien Carrel, Maurice Bich e Antoine Gaspard). Scalò le  classifiche inglesi fino al 21° posto e, per chi desiderasse colmare un vuoto nella propria collezione, è mediamente disponibile sui siti di settore (a partire dal web di riferimento per i “segugi” di vinile, Discogs).

Progetto senza titolo
Il singolo (fronte e retro) “Love In Itself”.

L’album “industriale”

Musicalmente parlando, “Construction Time Again”, primo lavoro dei Depeche Mode con Alan Wilder nella line-up (che avrebbe lasciato il gruppo nel 1995), è considerato un album di transizione. Martin L. Gore (autore di sette dei nove brani dell’lp, mentre gli altri due sono firmati da Wilder), dopo essere stato ad un concerto degli Einstürzende Neubauten, ebbe l’idea di sperimentare i suoni della musica Industriale in un contesto pop.

E’ poi evidente, rispetto ai lavori precedenti della band, il ricorso ai campionamenti. Al riguardo, Alan Wilder commentò: “Puoi prendere la voce più pura del mondo e trattarla digitalmente fino a farla diventare il suono più mostruoso, diabolico. Oppure puoi prendere il peto di un alce e renderlo bello”. Non si soffermò, però, sul fatto se qualcuno di questi suoni sia effettivamente nel disco.

Dal punto di vista lirico, entrano in campo alcuni temi di respiro politico, al fianco di versi maggiormente ricercati e oscuri. Ingredienti ricondotti, nelle critiche del tempo, a due viaggi compiuti da Gore in quegli anni: uno in Thailandia, dove vide da vicino la povertà di alcune comunità, e l’altro a Berlino, ancora divisa dal muro. I brani sono tutti cantati dal frontman Dave Gahan (cui, in “Everything counts”, si aggiungono Gore e Wilder e, in “Shame”, il solo Gore).

Depeche Mode
I Depeche Mode dal vivo negli anni 2000.

I concerti italiani del 1984

Non è sbagliato sostenere che, con “Construction Time Again”, i Depeche Mode compirono un passo avanti verso il suono e le atmosfere divenute il loro marchio di fabbrica (e sbocciate definitivamente in “Violator”, del 1990). Se, tra i segreti del successo (“Everything Counts” venne salutato dal New Musical Express come “il miglior singolo di sempre dei DM”), l’iconografia attorno ai loro lavori non rappresenta una variabile trascurabile, allora tra essi si annovera anche il Cervino.

Una curiosità conclusiva, il tour a supporto di “Construction Time Again” toccò anche l’Italia  (quella dal vivo è l’altra dimensione in cui il gruppo forgiò il suo successo, come testimonia il film “101”, sui concerti americani del 1988). Avvenne nel marzo 1984, a Bologna (al teatro Tenda) e a Milano (al Teatro Orfeo). Difficile dire se, al tempo, qualche valdostano fosse nel pubblico, ma le registrazioni di quei concerti sono ascoltabili su YouTube.

Una testimonianza in più di quando i Depeche Mode stavano per raggiungere il tetto del mondo, passando dal Cervino. La stessa montagna che, proprio oggi, è sotto gli occhi di tutti in ambito sportivo, per il tentativo (purtroppo sfumato) di Nadir Maguet di infrangere il record, fatto registrare da Kilian Jornet dieci anni fa, di salita e discesa dalla vetta. Comunque la si metta, oggi la “Gran Becca”, com’è chiamata in Valle d’Aosta, rimane protagonista.

4 risposte

  1. Bellissimo articolo che si sposa con la breve Biografia dell’autore. Fantastica la citazione su Wilder (non dormirò fintanto che non distinguerò il “peto dell’alce” reso suono melodico!!!

  2. Grande Christian, bell’articolo.
    Dal momento che ho letto il titolo nel feed ho capito che avrebbe riportato la tua firma.

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