L’emergenza attraverso gli occhi di un valdostano dall’altra parte del mondo

Pierre Varisella vive in Australia da due anni con la compagna. In poco tempo la vita cambia, l'emergenza Covid e lo "shutdown" fanno il resto. Il governo mette paletti duri per i "backpackers": chi non può mantenersi deve tornare a casa. Ma Pierre non si scoraggia, e anzi cambia ancora i suoi progetti.
Susanna e Pierre
Società

“La situazione sembra andare verso un calo, si parla di casi diminuiti. Due settimane fa ce n’erano circa 300 al giorno, ora siamo sulla quarantina di media. Noi siamo venuti qui due anni fa per girare e lavorare, ma in questo momento siamo un po’ bloccati. Ci siamo trovati in una situazione un po’ inaspettata”.

Le parole di Pierre Varisella arrivano da lontano, forse dal punto più lontano che si possa immaginare. Quasi dall’altra parte esatta del mondo, da quella Australia in cui vive da circa due anni, dopo aver lasciato la Valle d’Aosta.

Situazione peculiare quella di Pierre e della sua compagna Susanna in questa Australia che, come tutto il resto del mondo, sta facendo i conti con l’emergenza Coronavirus.

“Qui non c’è stato unlockdown’ – spiega il 29enne valdostano -, di quello si parla solo per la zona di Sidney, nel New South Wales, e nello Stato di Victoria, le zone più colpite e più popolose. Loro hanno proprio chiuso tutto. Per noi che siamo nel Queensland è un po’ diverso. Abbiamo circa 700 casi di positivi, e siamo inshutdown’. Hanno chiuso tutta la parte legata alla ristorazione, invitato la gente a rispettare le distanze, a non fare i barbecue, sono stati chiusi i parchi pubblici ma non c’è l’obbligo di stare a casa, diciamo che però ti invitano a farlo”.

Con dei paradossi: “Ad esempio non è vietato fare jogging, infatti trovi moltissima gente sul lungomare a farlo perché non è proibito. Anche chi probabilmente non l’ha mai fatto prima”.

Paradossi a parte la gestione dell’emergenza qualche disagio lo sta portando: “Il governo australiano ha deciso di dare un sussidio solo ai cittadini australiani o a chi possiede un visto permanente. Un paio di settimane fa arriva la ‘doccia gelata’, la notizia che tutti coloro i quali possiedono un visto Working Holiday come il nostro se non hanno la possibilità di mantenersi devono lasciare il paese”.

Pierre non ne fa un dramma: “Da un lato lo capisco – spiega -, dall’altra è stato deciso uno ‘shutdowndi sei mesi provvisori. Molte persone, quindi, vogliono tornare a casa perché per sei mesi non potranno certo mantenersi, ma fino ad un paio di settimane fa i prezzi degli aerei erano alle stelle. Voli da 3mila dollari per andare a Londra con scali ovunque nel mondo ed il rischio di restare bloccato chissà dove. O peggio: magari spendere 3mila dollari, vedersi cancellare un volo e dover rimanere qui senza soldi”.

Il viaggio di Pierre e della sua compagna è però un’evoluzione continua, ed il suo spirito si è adattato anche durante questa emergenza. La necessità, e la virtù: “È normale – spiega sorridendo -, siamo arrivati qui con mille progetti. Poi ti svegli al mattino e devi fare tutta un’altra cosa”.

Il progetto, infatti, era diverso: “Ci hanno un po’ tagliato le gambe perché ci hanno fatto cambiare programmi. Volevamo andare nel New South Wales per la stagione invernale che inizia a giugno e ci avevano già assunto, anche perché la mia ragazza è una maestra di sci. Poi il ‘lockdown’ in quella zona ha fatto saltare tutto. E allora cambiamo completamente, e andremo a nord”.

“Ci stiamo reinventando – prosegue Pierre nel suo racconto -, mi sono iscritto a Uber e pedalo trenta km al giorno per guadagnare 70 dollari al giorno e ripagare le spese della casa. Poi c’è il bar in cui lavoravo, ma che per lo ‘shutdown’ fa solo take away. Le consegne sono faticose, ma pian piano ci stiamo organizzando. Stiamo costruendo il nostro ‘van’ e presto partiremo da questa zona”.

Per andare dove? “Andremo ad abitare in un’altra zona a nord, più vicini alle fattorie dove tra due/tre settimane inizieranno i raccolti. È uno dei settori rimasto aperto, e l’80% di quelli che ci lavorano sono ‘backpackers’ che hanno così l’occasione di avere un’estensione del visto”.

Nella speranza che i sei mesi di stop alle attività siano meno, Pierre resta sempre più innamorato dell’Australia, anche – o soprattutto – durante questi difficili giorni di emergenza: “Sembra che la situazione qui stia migliorando – racconta ancora -, e siamo tutti contenti perché speriamo che le cose si sblocchino prima. Questo è un continente ricco, sono pochi e sono fortunati. Appena cominciata la pandemia lo Stato si è organizzato, ha stanziato fondi per chi era in difficoltà e li ha erogati subito. C’è stato, a quanto ho letto, anche qualche momento in cui un po’ di razzismo sembrava emergere in questa emergenza, ma io non l’ho mai vissuto in prima persona. Anzi, in genere ti aiutano tutti quando hai bisogno”.

O meglio: “Ci sono delle pagine su internet per ‘adottare un backpecker’. Chi non ha soldi e non può comprare un volo di ritorno a casa può essere contattato dai proprietari terrieri. Loro ti danno un posto in cambio di una mano nel campo o nella vigna. Adoro l’Australia”.

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