La Resistenza sul grande schermo: film da vedere il 25 aprile

Il 25 aprile si celebra la Liberazione. In questa puntata di “Incontri ravvicinati con Aiace”, vi consigliamo quattro titoli italiani che raccontano la Resistenza e vi invitiamo a viverla in formato corto al festival Bref, fino a domani in Plus, ad Aosta.
Novecento
Incontri ravvicinati con AIACE

Oggi si festeggia l’anniversario della Liberazione d’Italia. Insieme ai consigli cinematografici di quattro film nazionali, vi invitiamo a vivere la Resistenza al festival Bref (https://www.breffilmfestival.it/), in corso dal 22 aprile in Plus e in programma fino a domenica 26 aprile.

Dopo la colazione accompagnata dalla libreria vivente “R-esisto. Storie di resistenza per la giornata della liberazione” a cura di Plus. Alle 13, l’appuntamento è con una polenta antifascista e torta anarchica. Il pomeriggio prosegue all’insegna del cinema internazionale: la sezione “A spasso con Aiace” propone una selezione dal Beirut Short Film Festival, mentre il blocco “Fight for your rights!” porta sul grande schermo sei opere dedicate alla difesa dei diritti e alla resistenza contemporanea.

La giornata continua alle 19 con l’aperitivo letterario insieme a Lorenzo Palloni che presenterà la sua raccolta di racconti a fumetti Buongiorno amore terribile. Alle 21, i riflettori si accenderanno su “Attivissimə me”: una selezione di tre cortometraggi e la testimonianza di un festival ospite per ribaltare, una volta per tutte, la narrazione che dipinge le nuove generazioni come disinteressate. La chiusura è tutta dedicata all’AfterBref, che trasformerà la serata in un karaoke sing-along resistente. L’intero programma del festival è disponibile sul sito dedicato.

Film da vedere

C’ERAVAMO TANTO AMATI di Ettore Scola, disponibile su Now

Italia, drammatico, 1974

Non solo momento civile e politico fondante, la Resistenza ha rappresentato per i suoi protagonisti la possibilità di essere parte di qualcosa di più grande, di unire le forze contro un comune nemico. La dimensione collettiva della Resistenza è un elemento ricorrente nelle interviste dei partigiani, che spesso hanno visto nascere proprio in quei mesi amicizie e relazioni importanti. Ed è proprio questo il contesto in cui Gianni (Vittorio Gassman), Antonio (Nino Manfredi) e Nicola (Stefano Satta Flores) diventano amici.

Con C’eravamo tanto amati, infatti, Ettore Scola propone un affresco dell’Italia a lui contemporanea e della storia recente di cui è frutto. La vicenda prende avvio dalla fase che più di tutte ha plasmato un nuovo senso di italianità, ovvero dalla Resistenza: i tre protagonisti, giovani e pieni di ideali, legano tra loro di fronte al pericolo, sdraiati sulla neve di un freddo inverno di montagna e con i fucili stretti in mano. Il film, inoltre, è una dedica di Scola alla settima arte. Oltre agli eventi politici e alle rivoluzioni sociali in filigrana, la storia italiana si delinea attraverso la lente della storia del cinema, in un’opera ricca di citazioni a Fellini, Antonioni e De Sica.

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C’eravamo tanto amati

La parte incentrata sull’esperienza partigiana, nello specifico, richiama l’estetica del Neorealismo, con inquadrature in bianco e nero essenziali. In C’eravamo tanto amati, il cinema è anche il medium attraverso il quale la Resistenza può essere ricordata, nei successivi anni di benessere ma anche di disillusione e nostalgia. Basti pensare all’amore viscerale e quasi ossessivo di Nicola per Ladri di Biciclette di De Sica, sostenendo il quale si batte svariate volte, fino al momento fallimentare in cui si presenta come esperto della pellicola a Lascia o raddoppia? di Mike Bongiorno. Si tratta, inoltre, di un espediente con cui Scola omaggia De Sica e il suo cinema, alla cui memoria dedica il film. C’eravamo tanto amati si interroga, insomma, su cosa sia rimasto dell’esperienza della Resistenza per chi l’ha vissuta e per chi l’ha raccontata, se credevano di cambiare il mondo, e invece il mondo ha cambiato loro, come afferma il personaggio di Satta Flores. Una riflessione che parte – e con un andamento narrativo circolare si conclude – raccontando la storia di un’amicizia.

L’UOMO CHE VERRÀ di Giorgio Diritti

Italia, drammatico, 2009

L'uomo che verrà
L’uomo che verrà

In questo film Giorgio Diritti ci racconta la strage di Marzabotto, dopo circa sessant’anni dall’accaduto, in una maniera diversa: attraverso gli occhi di una bambina (Greta Zuccheri Montanari). La storia si svolge nell’arco di nove mesi, a cavallo tra il ‘43 e ‘44 nella zona di Monte Sole, luogo reale della tragedia. Dopo l’armistizio del ‘43, l’Italia era divisa in due, occupata a sud dai soldati anglo-americani e al centro-nord da quelli tedeschi. Proprio in quest’ultima zona nacquero molti nuclei partigiani formati da contadini, in particolar modo nei territori boscosi, come quello di Monte Sole. Diritti decide infatti di rappresentare nel suo film la nascita e lo sviluppo della Brigata Stella Rossa, dallo sconforto dato dalla presenza dei tedeschi alla soppressione con l’eccidio. È un film che ci racconta la Resistenza, non nel modo grandioso presentato da altri film, ma nella sua semplicità e nella spontaneità con cui è nata a causa della necessità.

Diritti infatti non intende focalizzarsi sulla storia di alcuni partigiani, ma rappresentare l’insieme, dato eventi di vita quotidiana. Come già è stato detto, il film è narrato dal punto di vista di una bambina di otto anni ed è proprio lei a farci comprendere ancora una volta l’insensatezza della guerra. La piccola infatti scrive in una pagina di diario una frase disarmante: “Molti vogliono ammazzare qualcun altro ma io non so perché”. Lei rappresenta la purezza in un mondo corrotto dal sangue e in effetti per tutta la durata del film non pronuncia nemmeno una parola. Il linguaggio rappresenta una parte essenziale poiché sottolinea l’incomprensione tra soldati, il cui tedesco non viene tradotto nemmeno per noi, e contadini dal dialetto bolognese resoci accessibile attraverso i sottotitoli.

Verso la fine del film, la violenza sembra non lasciar spazio a nient’altro, ma uno spiraglio di speranza resta. Quell’uomo che verrà del titolo è quel bambino che la piccola riesce a salvare ma non solo, siamo anche noi che dobbiamo ricordare per far sì che la storia non si ripeta.

NOVECENTO di Bernardo Bertolucci, disponibile su Prime video

Italia, storico-drammatico, 1976

Novecento
Novecento

Una data precisa apre e chiude il monumentale affresco storico di Novecento: il 25 aprile del 1945. Una data che significativamente si pone come sintesi di una serie di cambiamenti sociali fondamentali della prima metà del XX secolo, incarnato dal contadino Olmo (Depardieu) e dal padrone Alfredo (De Niro), nati sotto lo stesso cielo nel 1900. I due atti dell’opera si fondano proprio sul confronto dialettico – marxista, non hegeliano – dei contrari, due mondi che convivono in un’apparente unità. Bertolucci, iniziando e terminando con la data della Liberazione, è come se si interrogasse, con una grandiosa coralità di personaggi, sulle questioni cruciali nell’indagine storiografica della Resistenza: l’eredità del Risorgimento nella Resistenza come suo rinnovamento; l’idea della Rivoluzione tradita e della lotta di classe soffocata nel dopoguerra (in questo senso è da leggere l’uso del Quarto stato di Pellizza da Volpedo nei titoli di testa); la guerra civile tra concittadini che si uccidono, piuttosto che tra italiani e tedeschi; le mancate epurazioni dei fascisti e la vendetta privata contro i padroni; il fondamentale ruolo dei gruppi comunisti nella lotta antifascista, simbolicamente spenta dalla consegna delle armi nel finale verdiano.

Come nota Morandini, in questa dialettica tra opposti inconciliabili prende forma un linguaggio narrativo che riflette i due protagonisti, fusione ideale tra stile individuale e collettivo, tra cinema classico americano e realismo sociale sovietico (cast di all stars e non professionisti), ma anche le ricostruzioni storiche di Visconti, la psicanalisi freudiana e il balletto cinese, il romanzo naturalista e la tragedia shakespeariana. La Resistenza nel dopoguerra è qui una meditazione malinconica su un’utopia, un mito, più che un reale concretizzarsi di valori. Bertolucci, dopo un altro capolavoro sulla complessa eredità dell’antifascismo (Strategia del ragno), torna a quell’istante appena prima della rivoluzione, alle molte contraddizioni di un Paese che non ha ancora fatto i conti con il suo passato, troppo spaventato da una bandiera rossa per eliminare le camicie nere: la Resistenza è ancora necessaria, perché il padrone non è morto, ha solo cambiato l’abito.

ROMA CITTA APERTA di Roberto Rossellini, disponibile su Now/CHILI

Italia, storico-drammatico, 1945

Roma città aperta
Roma città aperta

Roma città aperta è un affresco reale, schietto e preciso di un’epoca storica perennemente in simbiosi con l’attualità. All’inizio, lo spettatore si ritrova di fronte a un avvertimento: il film si ispira a eventi realmente accaduti, ma inventa personaggi e storia. Considerando l’anno di uscita (1945), appare quasi inquietante riflettere su come in quegli anni il cinema non fosse ancora abituato a concedere la massima espressione artistica agli autori e di come la macchia fascista potesse condurre il popolo ad una omologazione del pensiero. Il film prende coraggio, abbraccia l’Italia libera e racconta una storia nitida ed immortale evidenziando in modo più diretto che la tirannia non può esistere per sempre.

La pellicola è ambientata durante i nove mesi dell’occupazione nazista in Italia e segue le vicende di vari personaggi che sono strettamente legati alla quotidianità. La pellicola appartiene alla corrente artistica del neorealismo italiano, il paragone con la corrente letteraria del realismo è più ovvio che mai.I personaggi, i dialoghi e le vicende entrano in sintonia con lo spettatore poiché capaci di dare l’illusione della realtà raccontando il disagio, la povertà e la sensazione di soffocamento che il popolo italiano visse durante la guerra e il governo fascista. “Roma città aperta” è dunque un film figlio della sua epoca, capace di raccontare in modo schietto la struttura sociale dell’Italia degli anni ‘40 e di porre l’accento su come la comunità e il senso di unione siano da sempre gli elementi che possono sconfiggere gli abusi di potere. La pellicola non offre però una visione ottimista allo spettatore il quale si rende ben presto conto di come in quegli anni la fiducia e la resistenza fossero più difficili che mai. Guardare questo film oggi resta ancora un evento importante poiché, se è giusto non dimenticare, è ancora più corretto prendere ispirazione dai personaggi del film, poiché niente e nessuno può e deve frenare la libertà, il coraggio e la resistenza dell’essere umano.

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