Cronaca di Christian Diémoz |

Ultima modifica: 16 Dicembre 2020 10:43

False testimonianze al processo sulla ‘ndrangheta, indagini su quattro deposizioni

Aosta - Si tratta dell'ex dirigente del Casinò Walter Romeo, dei fratelli Daniele e Luciano Cordì e di Pasqualina Macrì. I profili di reticenza, omertà e mendacità nelle loro testimonianze sono stati segnalati alla Procura dal Tribunale.

AulaL'aula del processo "Geenna".

I “richiami” ad alcuni testimoni non erano mancati durante il processo “Geenna” – non solo dai pm Stefano Castellani e Valerio Longi, ma anche dal presidente del collegio giudicante Eugenio Gramola – ed ora, a motivazioni della sentenza depositate, l’ipotesi che sulle infiltrazioni di ‘ndrangheta in Valle siano state rese delle false testimonianze diventa materia della Procura. L’ufficio inquirente ha aperto un fascicolo, dopo la trasmissione, dal Tribunale, degli atti relativi alle deposizioni di quattro delle quasi cento persone sfilate in aula tra giugno e settembre scorsi.

Si tratta dell’ex dirigente del Casinò de la Vallée Walter Romeo (oggi alla casa da gioco di Montecarlo e legato da “un rapporto di lontana parentela” ad uno dei condannati quali componenti della “locale” di Aosta, Nicola Prettico), dei fratelli Daniele e Luciano Cordì e di Pasqualina Macrì. L’episodio che ha riguardato il manager dell’industria dell’azzardo è ritenuto dai giudici “chiaramente indicativo della manifestazione verso l’esterno della forza intimidatrice dell’associazione”.

Bye, bye Bulgari

Nel 2016, l’uomo decise di mettere in vendita un orologio Bulgari di sua proprietà, del valore (stimato da egli stesso) di circa 2.500 euro. “Ne parlò allora – ricostruiscono i giudici – con un suo collega”, Alessandro Giachino (altro imputato del processo aostano, ritenuto colpevole di aver partecipato al sodalizio ‘ndranghetista), “il quale si offrì di adoperarsi per venderlo, lo ricevette in consegna” e quindi lo passò a Marco Fabrizio Di Donato, presunto capo della “locale” aostana (processato e condannato in abbreviato, davanti al Gup di Torino).

Da quel momento, “Romeo, non solo non riacquistò mai più la disponibilità dell’orologio, ma neppure incassò alcunché per la vendita”. Eppure, oltre alla mancata denuncia dell’appropriazione indebita subita, dalla sua deposizione in aula “emerge subito con evidenza una sconcertante arrendevolezza”. Anche perché, raffrontando la testimonianza con le intercettazioni svolte dai Carabinieri del Reparto operativo, si rileva che “ha invece chiesto inutilmente la restituzione dell’orologio a Giachino, circostanza anche questa sottaciuta dal tutt’altro che trasparente testimone”.

Ad aggravare il quadro, per i magistrati aostani, è che l’intenzione di Di Donato, Giachino e del ristoratore Antonio Raso (anch’egli ritenuto colpevole di associazione di tipo mafioso), “sin dall’inizio, non era quella di restituire l’orologio a Romeo, bensì di consegnarlo a Rosario Strati in pagamento di un debito pregresso”. Il comportamento “insolitamente remissivo” dell’ex dirigente della Casa da gioco valdostana non trova, scrivono i giudici, “alcuna altra plausibile spiegazione se non per il fatto che egli tuttora teme i fratelli Di Donato e lo stesso Giachino”.

Un timore tale da spingerlo, nella lettura del Tribunale, a preferire “lasciar perdere ogni pretesa, pur legittima, sulla questione della restituzione dell’orologio, giungendo a fornire in pubblica udienza una serie di dichiarazioni inverosimili e frutto di un atteggiamento omertoso”. Anche nella vicenda che ha coinvolto i fratelli Cordì, l’“’associazione ha speso la propria capacità criminale” per rimproverarli “”dello sgarbo che sarebbe stato commesso” ai danni di un artigiano cognato di Raso, che non avrebbe ricevuto lavori in un cantiere edile a Torgnon, “procurato” ai due dal ristoratore.

Lo “sgarbo” sui lavori edili

“Da qui – è l’annotazione in sentenza – la rabbia di Raso per essere stato ‘ripagato’ del favore subendo l’affronto di vedere escluso il cognato da ogni commessa”. Un fratello, sentito come testimone, ha dapprima ricondotto “l’intervento di Raso in un contesto di assoluta normalità”. L’altro, sottoposto ripetutamente a contestazione, “ha assunto un atteggiamento di manifesta reticenza”, non solo “non ha confermato quanto già dichiarato ai Carabinieri nel corso delle indagini”, ma è “addirittura giunto a negare di avere reso agli inquirenti le dichiarazioni che gli sono state lette”.

Una condotta che, per il collegio giudicante (composto, assieme al presidente Gramola, dai giudici Marco Tornatore e Maurizio D’Abrusco), si spiega con il fatto che “ il gruppo Raso-Di Donato ha invece inviato un preciso avvertimento di natura mafiosa ai due fratelli”, che hanno preferito mantenere fede (nonostante le possibili conseguenze penali) al “codice d’onore ‘ndranghetista”, dimostrando che il metodo “intimidatorio utilizzato dagli odierni imputati era pienamente percepito ed evidentemente condiviso nell’ambiente di riferimento”.

100 euro di brioches

L’episodio su cui ha deposto Pasqualina Macrì era invece relativo 100 euro ricevuti dalla donna, a seguito dell’arresto di suo figlio Luigi Fazari, da parte del ristoratore Raso, che gliel’avrebbe inviati tramite la madre, vicina di casa della testimone a San Giorgio Morgeto, in Calabria. Secondo la Dda, quel denaro rappresentava una forma di “assistenza agli affiliati detenuti” (peraltro, una delle attività distintive di una locale, agli occhi degli inquirenti). Per il Tribunale, “perdono ogni credibilità le risibili spiegazioni offerte da Raso con il sostegno della teste”, per cui quei soldi fossero destinati “alle brioches dei figli dei Fazari”.

“Si soggiunge che, – è la valutazione dei magistrati – perfino sotto il profilo della credibilità intrinseca delle giustificazioni difensive, la somma è spropositata rispetto alla finalità dichiarata, atteso il minimo valore unitario delle brioches ed il numero smisurato ed abnorme dei dolci che si sarebbero potuti acquistare con la somma donata”. Sulle segnalazioni ricevute dal Tribunale si pronuncerà ora, dopo gli accertamenti e le indagini del caso, la Procura della Repubblica.

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