Cronaca di Christian Diémoz |

Ultima modifica: 14 Dicembre 2020 10:52

‘ndrangheta in Valle d’Aosta: l’operazione “Geenna” dal blitz al processo

Aosta - In un’unica pagina tutta la storia dell’inchiesta sulle infiltrazioni del crimine organizzato, dagli arresti scattati il 23 gennaio 2019 alle udienze ad Aosta e Torino. Una “mappa” per raccapezzarsi in una vicenda dai tanti capitoli.

'ndrangheta in Valle d'Aosta GeennaBlitz anti 'ndrangheta dei Carabinieri

“Geenna” è un’inchiesta, coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Torino e sviluppata dai Carabinieri del Reparto Operativo del Gruppo Aosta, su infiltrazioni di ‘ndrangheta in Valle d’Aosta, in particolare da elementi riconducibili alla ‘ndrina Nirta “La Maggiore” di San Luca (Reggio Calabria).

Si è trattato della prima indagine culminata nella contestazione giudiziaria della presenza di una “locale” della criminalità organizzata calabrese nel capoluogo regionale. Le attività investigative hanno preso in esame l’arco di tempo tra il 2014 e l’inizio del 2018.

Il nome del fascicolo rimanda alla valle di Ennom, presso Gerusalemme, destinata a immondezzaio della città. Gli inquirenti non si sono mai espressi, ma appare ineludibile il parallelismo con la morfologia della regione oggetto delle indagini e la caratura criminale degli episodi monitorati.

Il “blitz”

Il 23 gennaio 2019 è iniziato da poche ore quando oltre trecento Carabinieri entrano in azione in Valle d’Aosta, Piemonte e Calabria per dare esecuzione all’ordinanza del Gip di Torino, Silvia Salvadori, che dispone sedici arresti.

Con il far del giorno trapela che in carcere sono finiti il consigliere regionale Marco Sorbara (atteso proprio quel mattino ad una seduta dell’Assemblea), l’assessore al Comune di Saint-Pierre Monica Carcea, il consigliere comunale di Aosta Nicola Prettico, oltre ad Antonio Raso, titolare della pizzeria “La Rotonda”.

La conferenza stampa indetta dalla Dda torinese completa il quadro. La “locale” di Aosta sarebbe stata coordinata da Bruno Nirta (62 anni, San Luca), capeggiata da Marco Fabrizio Di Donato (51, Aosta) e composta dal fratello Roberto Alex (42, Aosta), dal dipendente del Casinò Alessandro Giachino (41 anni, Aymavilles) e da Francesco Mammoliti (49, Saint-Vincent), oltre a Raso e Prettico. Tutti sono accusati di associazione a delinquere di stampo mafioso.

Sorbara (quale ex assessore comunale ad Aosta) e Carcea sono invece implicati per concorso esterno nel sodalizio criminale. Gli altri arresti si riferiscono ad un traffico internazionale di stupefacenti tra il Piemonte e la Spagna, con le relative indagini curate dai militari del Raggruppamento Operativo Speciale di Torino.

Il “modus operandi” della “locale”

Le 920 pagine dell’ordinanza di custodia cautelare restituiscono come, dalle evidenze raccolte dai pm Stefano Castellani e Valerio Longi, la “locale” decapitata dal blitz avesse avvolto con i suoi “tentacoli” i municipi di Saint-Pierre e di Aosta e, più in generale, intrattenesse un “dialogo” con la politica tale da delineare vere e proprie “zone grigie”.

Gli inquirenti, inoltre, fotografano un agire dei presunti ‘ndranghetisti a base di episodi d’intimidazione (non solo nelle circostanze, ma anche nel “lessico”), di viaggi in Calabria dei partecipi per affermare la cellula valdostana, del procacciamento di posti di lavoro per amici e parenti dei boss, ritenuti tutti elementi fondanti del reato associativo di tipo mafioso.

Le misure cautelari

Tutti gli indagati vengono sottoposti ad interrogatorio di garanzia, all’indomani dei fermi. Tre di loro (Sorbara, Carcea e Roberto Alex Di Donato) presentano istanza di scarcerazione, che viene respinta in febbraio.

Nel frattempo, Carcea si dimette dagli incarichi in Consiglio e Giunta a Saint-Pierre. Per Prettico e Sorbara scatta invece la sospensione dalle rispettive cariche pubbliche, ai sensi della legge “Severino”.

Dopo altre quattro istanze di affievolimento della misura cautelare, tutte bocciate, a Sorbara vengono concessi gli arresti domiciliari il 24 agosto 2019, per quanto i giudici ne rendano un giudizio di “persistente pericolosità sociale”. Carcea passa alla detenzione domiciliare il 12 giugno 2019. Tutti gli altri coinvolti nell’inchiesta restano in cella, in regime di carcerazione preventiva.

Le tappe dell’inchiesta

Il 14 febbraio 2019, l’accusa di scambio elettorale politico-mafioso aggrava il carico degli addebiti mossi a Marco Fabrizio Di Donato e Raso. È relativa alle loro condotte in occasione delle elezioni comunali del 2015.

L’inchiesta termina in estate: sono 20 le persone che ricevono l’avviso di chiusura delle indagini preliminari. Oltre ai nomi già emersi si contano anche tre indagati per favoreggiamento: avrebbero avvertito Raso della presenza di “cimici” degli inquirenti nel suo locale.

Il 23 gennaio 2020, ad un anno esatto dal “blitz”, emergono nuovi episodi non ancora noti, tratti da un’annotazione dell’Arma sulle investigazioni condotte.

Il 12 dicembre 2019, la Direzione Investigativa Antimafia sequestra i beni di Raso, tra partecipazioni societarie, immobili, auto e rapporti finanziari, per un totale che supera il milione di euro.

Il supplemento d’indagine

Ricevute dalla Dda le richieste di archiviazione per due politici valdostani indagati in “Geenna” (l’ex assessore regionale Ego Perron e il consigliere comunale di Aosta Valerio Lancerotto), il Gip del Tribunale di Torino non le accoglie, segnalando ai pm antimafia un “insieme di circostanze meritevoli di approfondimento investigativo” e fissando un termine di sei mesi per compiere ulteriori indagini a loro carico.

Gli accessi antimafia ad Aosta e St. Pierre

Sulla base delle risultanze dell’inchiesta, il Ministro dell’Interno autorizza il 5 marzo 2019 l’accesso antimafia ad Aosta e Saint-Pierre. Le Commissioni, chiamate ad accertare l’infiltrazione della criminalità organizzata nell’attività amministrativa, si insediano il 9 aprile 2019 e consegnano le relazioni conclusive sei mesi dopo.

Gli accertamenti condotti, che vengono valutati dal Comitato Ordine e Sicurezza Pubblica l’8 novembre 2019, dipingono uno scenario di possibili negligenze nel capoluogo regionale e di maggiori complessità nel municipio dell’alta Valle.

In novembre le relazioni arrivano al Ministero dell’Interno (e saranno spedite anche alla Procura regionale della Corte dei Conti). La procedura termina nei primi giorni di febbraio 2020: niente scioglimento per Aosta e commissariamento per Saint-Pierre, che si aggiunge alla lista record di enti “azzerati” dal Governo, negli ultimi due anni, per interferenze delle mafie. La Procura di Aosta decide, inoltre, l’apertura di fascicoli sui procedimenti campionati dalle Commissioni.

La relazione della Commissione che ha proceduto all’ispezione a Saint-Pierre pone alla base dello scioglimento le “interferenze” dell’ex assessore Carcea sull’attività dell’ente, ricondotte allo stile della “mafia silente”, oltre a fotografare una situazione di disordine amministrativo in alcuni settori.

Per quanto riguarda, invece, il capoluogo regionale, i commissari sottolineano nella relazione conclusiva che “pur in presenza di una situazione caotica nell’azione amministrativa”, sia a livello politico che dell’apparato”, la stessa non è “riconducibile ad una connivenza tra il ‘locale’ ‘ndranghetista di Aosta” e l’amministrazione.

Nelle ultime settimane del 2019, poco prima di Natale, dal Consiglio dei Ministri era anche stato sciolto il comune di San Giorgio Morgeto (Reggio Calabria), sottoposto ad ispezione sempre a seguito del quadro tratteggiato dall’inchiesta “Geenna”.

L’avvio del processo

Alla fine del 2019, “Geenna” da inchiesta diventa processo. L’udienza preliminare viene convocata per il 12 dicembre al palazzo di giustizia di Torino, dinanzi al Gup Alessandra Danieli. In vista dell’appuntamento, l’associazione “Libera Valle d’Aosta”, i comuni di Aosta e Saint-Pierre e la Regione stabiliscono di costituirsi parte civile.

Una volta in aula i difensori degli imputati chiedono tempo per approfondire gli atti depositati nei giorni prima dai pm Longi e Castellani. Un fulmine a ciel sereno: 800 pagine sull’indagine “Egomnia”, relativa al condizionamento della “locale” aostana delle elezioni regionali 2018. Le carte chiamano in causa alcuni “big” della politica, a partire dal presidente della Regione in carica, Antonio Fosson.

All’udienza successiva, il 19 dicembre, il giudice non ammette la Regione tra le parti civili, per un vizio della richiesta di costituzione, e procede alla scelta dei riti da parte degli imputati.

In cinque (Sorbara, Carcea, Raso, Prettico e Giachino) scelgono il dibattimento ordinario e verranno così giudicati ad Aosta, in un nuovo filone del procedimento. I fratelli Di Donato e Francesco Mammoliti optano, invece, per l’abbreviato, proseguendo il cammino dinanzi al Gup di Torino.

L’inchiesta “Egomnia”

Definita una “costola” di “Geenna”, l’indagine di cui si scopre l’esistenza nell’ambito del processo torinese riguarda il rinnovo del Consiglio Valle, a maggio 2018, quando la presunta “locale” di ‘ndrangheta sceglie, secondo gli inquirenti, di “puntare” su alcuni candidati in corsa.

Le investigazioni vedono incontri tra i politici e i supposti boss (che denotano anche insofferenza per il consigliere uscente Alberto Bertin, promotore di iniziative antimafia) ed evidenziano un “connubio politico-criminale ben radicato nel tessuto sociale”.

Nel giro di alcuni giorni si scopre che, durante l’estate, avvisi di garanzia erano stati notificati al presidente Fosson (che, nel mentre, ha esercitato le funzioni prefettizie per il procedimento di accesso antimafia, con il “doppio ruolo” previsto dallo Statuto attaccato da più parti), agli assessori Luca Bianchi e Laurent Viérin, nonché al consigliere Stefano Borrello.

I primi tre si dimettono anzitutto dagli incarichi in Giunta, ma non lasciano il seggio da consiglieri. Tempo un week-end e sottoscrivono anche l’abbandono delll’Assemblea regionale. Lo stesso fa Borrello, scegliendo tuttavia di presentarsi in aula il 16 dicembre 2019 per motivare il suo gesto.

Si apre così una crisi che, vista la mancata formazione di una nuova Giunta nei 90 giorni successivi, sfocia in elezioni anticipate. Vengono fissate per il 19 aprile 2020, ma l’epidemia da Covid-19 le fa slittare al 10 maggio. Anche quella data però, per l’aggravarsi del contagio, salta. Intanto, il Consiglio e la Giunta (presieduta dal vice di Fosson, Renzo Testolin, anch’egli citato nelle carte dell’inchiesta) sono in “ordinaria amministrazione”.

(QUESTA SEZIONE VIENE AGGIORNATA CON LO SVILUPPO DELL’INCHIESTA)

Il giudizio di primo grado a Torino

Nel mentre, si susseguono le udienze del ramo processuale torinese. I pm Longi e Castellani chiedono pene severe: 20 anni di carcere per Nirta, 14 anni per Marco Fabrizio Di Donato, 10 anni per suo fratello Roberto Alex e 10 anni e 8 mesi per Francesco Mammoliti.

In seguito, alcuni degli imputati rompono il silenzio tenuto dal momento dell’arresto, con dichiarazioni spontanee, respingendo le accuse. Lo fanno, tra l’altro, Marco Fabrizio Di Donato, Nirta e Raso. La sospensione dell’attività giudiziaria per la pandemia da Coronavirus ferma in marzo il procedimento, che viene poi riprogrammato per il 4 giugno. Alla ripresa, vengono stabilite le udienze necessarie ad arrivare a sentenza, attesa per il 19 luglio 2020.

Il verdetto di primo grado, per i presunti partecipi” della “locale” di Aosta è di colpevolezza. A Bruno Nirta vengono inflitti 12 anni e 8 mesi, 9 a Marco Fabrizio Di Donato, 5 anni e 4 mesi al fratello Roberto Alex Di Donato e 5 anni e 4 mesi a Francesco Mammoliti. La sentenza è stata letta attorno alle 15. Stabilite anche delle provvisionali a favore delle quattro parti civili costituite.

Il Gup Danieli ha ritenuto colpevoli anche altri imputati, cui non veniva contestata l’appartenenza al crimine organizzato, ma chiamate a rispondere di reati emersi durante le indagini. “E’ la prima volta che viene riconosciuta a livello giudiziario la presenza della ‘ndrangheta in Valle d’Aosta – ha detto il procuratore aggiunto Dionigi Tibone, dopo la lettura della sentenza – L’impianto accusatorio è stato sostanzialmente confermato”.

Nelle motivazioni alla sentenza, che emergono il 17 ottobre 2020, il giudice afferma provata l’esistenza della “locale” per l’aver riscontrato “l‘utilizzo del metodo intimidatorio, il controllo del territorio, la condizione di assoggettamento esterno, l’assistenza ad altri associati in stato di restrizione, la partecipazione – seppur rimasta incompiuta – a riti di affiliazione, l’infiltrazione nel mondo politico, con condotte integranti pure” autonomi profili di scambio elettorale politico-mafioso, nonché “i collegamenti con il ‘locale’ di riferimento in Calabria”.

Il processo ad Aosta

Programmato per l’11 marzo 2020, anche il processo al Tribunale di Aosta per gli imputati che non hanno scelto riti alternativi va incontro ad un rinvio a causa del dilagare del Covid-19. Prende il via mercoledì 3 giugno, a porte chiuse ed in un’aula trasformata con interventi di prevenzione del contagio. Indipendentemente dall’esito, è destinato a restare nella storia della Valle.

Nelle prime udienze, i Carabinieri che hanno indagato testimoniano sulle investigazioni del passato in fatto di crimine organizzato e sull’inchiesta attuale, sull’“interlocuzione” tra la politica e la “locale”, nonché sul traffico di stupefacenti ricondotto a Bruno Nirta.

Dopo che il Tribunale rigetta un’eccezione difensiva riguardante le trascrizioni delle intercettazioni telefoniche, inizia il 10 giugno la sfilata dei testimoni citati dal pm Castellani perché protagonisti degli episodi finiti nell’inchiesta. Qualche “non ricordo” di troppo spinge il rappresentante dell’accusa a diverse contestazioni.

L’11 giugno, l’udienza è dedicata ai fatti rilevati nei comuni di Saint-Pierre e di Aosta, con le deposizioni, tra l’altro, dei sindaci ancora in carica (Fulvio Centoz) ed ex (Paolo Lavy). Il 14 giugno terminano le audizioni dei testi d’accusa (depone anche il parroco di San Giorgio Morgeto, Don Antonio Sorrentino) e il pomeriggio viene dedicato a sentire politici e dirigenti sugli anni di Marco Sorbara da assessore al Comune di Aosta.

Il 24 giugno sfilano i testimoni citati dalla difesa di Nicola Prettico. Si parla di viaggi in Calabria, di Massoneria e di politica. A deporre sono, tra gli altri, l’ex sindaco di San Giorgio Morgeto Vincenzo Marrapodi e due “big” di piazza Deffeyes, come Bruno Milanesio e Augusto Rollandin. Il secondo, in una deposizione “lampo” da una dozzina di minuti, nega i contatti con gli imputati.

Saint-Pierre e la sua amministrazione comunale tornano al centro del dibattimento il giorno successivo. Emerge che le due liste in corsa per il Municipio, nel 2015, erano entrambe interessate a candidare Monica Carcea e che, una volta entrata in Giunta, la donna veniva presa in giro per le sue origini calabresi.

Il Comune di Aosta, nel 2011, ha affidato due lavori, per un totale di quasi 8mila euro, all’artigiano Roberto Raffa (poi condannato per tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso). Lo “rivela” il pm Castellani, durante la deposizione dell’ex segretario generale dell’ente, Stefano Franco, nell’udienza del 1° luglio. Le assegnazioni, rilevate dalla Commissione d’accesso, non erano note.

In aula, lo stesso giorno, anche il già sindaco Bruno Giordano e l’assessore regionale Mauro Baccega, che tornano sul trasporto di mobili in Calabria contestato a Sorbara, oltre all’ex assessore regionale Aurelio Marguerettaz, sentito sulla cena di Sant’Orso 2012, in cui i Carabinieri annotarono la presenza di vari politici valdostani e calabresi.

L’esame dei testimoni difensivi giunee al culmine il 2 luglio. Ad essere sentita è anche Maria Elia, moglie di Antonio Raso. Secondo lei, il ristoratore, dinanzi alle richieste di sostegno dei politici candidati che frequentavano il ristorante di famiglia in prossimità delle elezioni, “diceva a tutti ‘sì’”, perché “doveva lavorare, mantenere i rapporti con tutti” ed “era un bravo venditore”.

L’11 luglio, il processo si sposta nell’aula bunker del carcere delle Vallette, a Torino. Là, in videoconferenza, vengono sentiti tre collaboratori di giustizia, che hanno confermato il radicamento criminale calabrese nella regione. L’udienza si è poi chiusa con la testimonianza di Marco Fabrizio Di Donato, che ha smentito, tra l’altro, di avere mai incontrato l’allora presidente della Regione Rollandin.

Di nuovo al Tribunale di Aosta, tra il 23 e il 25 luglio vengono interrogati i cinque imputati. Per Tonino Raso, “la ‘ndrangheta è la cosa più schifosa”, mentre Monica Carcea si definisce “ingenua e inopportuna” nelle sue condotte da assessore, ma non oltre. Nicola Prettico spiega che quelle sentite da Di Donato, nelle intercettazioni, sarebbero “spesso millanterie”, Giachino sottolinea di essere amico di alcuni politici, ma di aver “mai fatto campagna elettorale”, mentre Marco Sorbara smentisce di aver contato sul sostegno della ‘ndrangheta, perché era odiato “da una parte dei calabresi”. L’incombere di agosto porta la sospensione feriale, il processo è destinato a riprendere il 9 settembre.

All’udienza successiva, l’accusa (con la presenza anche del procuratore capo di Torino Anna Maria Loreto), avanza le richieste di pena: 16 anni di carcere per Raso, 12 per Prettico, 10 per Giachino, mentre per i presunti concorrenti esterni Sorbara e Carcea l’invocazione ai giudici è di 10 anni di reclusione ognuno.

Seguono, tra il 10 e l’11 settembre, le arringhe. Secondo i legali di Sorbara, “l’istruttoria è un’insalata russa” e l’imputato “non sapeva della presenza della ‘locale’”. Per il team difensivo di Raso, l’obiettivo è dimostrare che non vi era “nessuna forza intimidatrice”, mentre per quello di Prettico “la Procura di Torino non ha il polso” della Valle. Infine, i difensori di Giachino e Carcea puntano invece sul fatto che “’La Rotonda’ non è la pizzeria di Duisburg”.

L’assenza di repliche da parte della Dda anticipa di un giorno il verdetto, che arriva così nel pomeriggio del 16 settembre 2020. Si tratta di cinque condanne, con il Collegio che infligge 13 anni a Raso, 11 ognuno a Prettico e Giachino e 10 ciascuno a Sorbara e Carcea. Disposti anche vari risarcimenti alle parti civili. Gli unici legali a commentare il verdetto sono quelli di Sorbara, che parlano di “sentenza ingiustificata, è in pericolo la democrazia”.

Le motivazioni del verdetto vengono depositate l’11 dicembre 2020 e contengono valutazioni pesanti rispetto all’attività di condizionamento politico esercitata dal sodalizio, tanto che – per i giudici – “almeno quattro candidati” alle regionali del 2018 “hanno conseguito l’elezione a consigliere regionale con il contributo della ‘ndrangheta”.

Per tre politici (gli ex presidenti della Regione Laurent Viérin e Renzo Testolin e il già assessore Luca Bianchi) i giudici decidono anche di trasmettere gli atti processuali alla Dda di Torino, al fine di valutare la sussistenza, a loro carico, del reato di concorso esterno nel sodalizio. Denunciati anche, per testimonianza reticente o mendace, alcuni dei testimoni sfilati a processo.

I videocollegamenti di Aostasera

Per offrire migliore copertura del processo “Geenna” al Tribunale di Aosta, la nostra testata giornalistica decide di offrire aggiornamenti non solo sul sito del quotidiano online, ma anche attraverso un video-collegamento, alle 13.30 di ogni giorno di udienza. Ecco i relativi link:

Iscriviti alla nostra newsletter

* indicates required

Non daremo mai i tuoi dati a terzi e ti promettiamo che non ti disturberemo inutilmente e che non ti faremo mai perdere tempo.


Puoi cancellarti in ogni momento da questa lista, cliccando nel link che trovi al fondo di ogni mail che ti inviamo. Per avere tutte le informazioni a proposito della nostra "policy" in termini di privacy, puoi andare sul nostro sito www.aostasera.it

Usiamo Mailchimp come piattaforma di marketing: significa che è lo strumento con cui ti mandiamo le mail. Cliccando qui sotto su "Mi iscrivo", confermi di essere al corrente del fatto che gestiremo le informazioni che ci hai lasciato qui attraverso Mailchimp. Se voi scoprire di più sulla Privacy Policy di Mailchimp, clicca qui

Commenta questo articolo