Cronaca di Christian Diémoz |

Ultima modifica: 29 Aprile 2020 19:25

Inchiesta Covid-19, per i Nas al Père Laurent gestione “sottotono”

Aosta - I militari, dal sopralluogo e dalle testimonianze raccolte, hanno ricavato, tra l'altro, oggettive difficoltà nell'approvvigionamento e nell'uso dei dispositivi di protezione per il personale e la riduzione repentina dei dipendenti.

Refuge Pere LaurentIl "Refuge Pere Laurent" di Aosta.

Criticità sia nell’approvvigionamento dei dispositivi di protezione individuale per il personale, sia nel loro uso. Difficoltà dovute alla riduzione repentina e progressiva del personale in servizio, per aver contratto il Coronavirus, o per altri motivi, con conseguenti complessità nell’assicurare l’assistenza. Gestione “sottotono” di un fenomeno rapido, come l’epidemia di Covid-19, e particolarmente aggressivo su persone fragili, quali gli anziani ospiti. E’ quanto i Carabinieri del Nucleo Antisofisticazioni ritengono di aver riscontrato nel sopralluogo del 3 aprile, ed attraverso alcuni accertamenti successivi, all’interno del “Refuge Père Laurent” di Aosta.

Attività investigative eseguite su delega della Procura di Aosta, che hanno condotto il pm Francesco Pizzato, titolare del fascicolo sotto l’egida del procuratore capo Paolo Fortuna, ad ipotizzare i reati di omicidio colposo plurimo ed epidemia colposi nella gestione dell’emergenza sanitaria all’interno della casa di cura di proprietà della Diocesi di Aosta, che ha tagliato a fine 2019 il traguardo dei 150 anni di attività. Oltre a prelevare la documentazione clinica relativa ai pazienti ricoverati e deceduti nell’ospizio sin da febbraio (lasciando all’aria aperta prima di consultarla quella cartacea, contenuta negli archivi dell’ospizio, affinché perdesse l’eventuale carica virale), i militari hanno sentito vari dipendenti, tra operatori socio-sanitari, assistenti agli anziani ed infermiere.

Colloqui dagli esiti talvolta contradditori, dai quali i Nas hanno messo comunque a fuoco alcune oggettività. Anzitutto, come la direzione del “Refuge” abbia dato al personale l’indicazione di “disinfettare” i dispositivi ricevuti per un loro successivo riutilizzo, alla luce della difficoltà di ottenerne degli altri (in particolare, camici e cuffie, dettaglio già confermato al nostro giornale dalla figlia di una lavoratrice ammalatasi). Un aspetto rilevante, agli occhi degli inquirenti, anche perché alcuni presidi nascono monouso ed altri prevedono un utilizzo per periodi limitati, proprio per conservare le loro caratteristiche e rimanere efficaci nella protezione del lavoratore che li indossa. Un dato che si accompagna tuttavia all’impossibilità, riconosciuta dagli stessi Carabinieri, di reperirne in commercio in quel periodo, stante l’emergenza a livello mondiale.

Inoltre, le investigazioni hanno portato a galla una “permissività” iniziale nel far accedere i visitatori e i parenti degli ospiti, con il blocco definitivo scattato soltanto dal 13 marzo, vale a dire otto giorni dopo i primi casi accertati a livello regionale (all’inizio del mese era stata attuata una riduzione dell’orario di accesso, con limitazione ad un visitatore per degente) ed almeno un episodio di “indulgenza” successivo, registrato il 30 marzo. Secondo quanto ricostruito, la moglie di un ricoverato, poi morto di Covid-19, era entrata comunque nel “Refuge” per un “saluto veloce dalla porta” della stanza.

Una “tolleranza”, causata anche dall’assenza di uscieri o personale di sorveglianza, che, agli occhi degli inquirenti, si specchia anche negli inviti della direzione al personale ad un uso dei dispositivi (in particolare delle mascherine chirurgiche) in modo da non innalzare le preoccupazioni. “Non esageriamo, non scoraggiamo i parenti” è la frase che una dipendente ha attribuito al Coordinatore della struttura, Massimo Liffredo, anch’egli sentito dai militari, in particolare sugli aspetti di consegna dei dispositivi e sulle procedure adottate per fronteggiare l’emergenza.

Quanto al distanziamento sociale all’interno del “Refuge”, il Nas ha annotato la contradditorietà dell’averlo impartito durante la giornata, tra ospiti, personale e visitatori (finché per questi è scattato il divieto definitivo di ingresso), eccezion fatta per il momento del pasto, in cui tutti – stando ad alcuni testimoni – fino all’arrivo dell’esito dei tamponi (ad eccezione dei colpiti da febbre) mangiavano in locali comuni. Nella struttura, al 7 aprile scorso, su una base di 122 ospiti, risultavano essere decedute 41 persone (3 a febbraio, 21 a marzo e 17 nei primi sette giorni del mese), delle quali 18 con tampone positivo al Coronavirus e 5 negativo (e su 18 anziani che hanno perso la vita non è stato effettuato il test). Dei rimasti in vita, 44 hanno contratto l’infezione e 37 no.

Infine, considerato l’accesso effettuato il 30 marzo al “Père Laurent” dal Gruppo regionale medico specialistico della Protezione civile, culminato in una relazione, in cui sono state indicate alcune criticità risscontrate all’interno dell’ospizio e suggerendo le soluzioni per correggerle, i Carabinieri hanno ascoltato anche alcune figure apicali della gestione dell’emergenza in Valle, come il coordinatore sanitario Luca Montagnani e il direttore dell’area territoriale dell’Usl Leonardo Iannizzi. Ad oggi, nel registro degli indagati non risultano iscritti nomi (un approfondimento delle modalità di gestione della struttura è in corso). Intanto, il lavoro degli inquirenti continua.

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