Vaccinazioni, l’inchiesta e quegli scambi Whatsapp che hanno inguaiato Bertin

Perché la Procura ha chiesto l’archiviazione per i tre politici originariamente coinvolti (Baccega, Caveri e Sammaritani) ed ha indagato per false informazioni al pm il presidente Bertin (che ribadisce la sua posizione) e l’ex commissario Usl Pescarmona.
Cronaca

L’inchiesta della Procura della Repubblica sulla conduzione della campagna vaccinale contro il Covid-19 in Valle – che oggi, giovedì 30 settembre, ha visto le richieste di archiviazione per tre politici e l’iscrizione nel registro degli indagati, per falsa testimonianza, del presidente del Consiglio Alberto Bertin e dell’allora commissario Usl Angelo Pescarmonanasce alla fine dello scorso marzo. Gli inquirenti hanno ricevuto segnalazioni di presunte vaccinazioni a non aventi diritto stando alle priorità definite per le inoculazioni.

Il siero ai politici

Il fascicolo viene affidato ai Carabinieri del Nucleo Antisofisticazioni, coordinati dai pm Luca Ceccanti e Francesco Pizzato. Uno dei primi episodi che finiscono all’attenzione dei militari è la somministrazione del vaccino, in quello stesso mese, ai consiglieri regionali Mauro Baccega, Luciano Caveri e Paolo Sammaritani, “sebbene – dicono le carte dell’inchiesta – non fosse stata ancora avviata la vaccinazione della loro classe d’età”.

Quelle somministrazioni – è la domanda cui via Ollietti vuole trovare risposta – sono avvenute attraverso “indebite distrazioni di dosi”, esponendo cioè “al rischio di contagio e di morte i soggetti” cui sarebbero dovute andare? I tre vengono iscritti nel registro degli indagati, con l’ipotesi di peculato in concorso. Tale prospettazione trova rafforzamento quando i Nas vanno a Palazzo regionale, per sentire il presidente del Consiglio Alberto Bertin. E’ il 27 aprile. I militari non restano da lui molto più di un quarto d’ora.

Pres Consiglio Bertin
Il Presidente del Consiglio Bertin

Bertin nega, Caveri manda gli screenshot

Si sentono dire che “il Consiglio regionale non aveva dato indicazioni sulla gestione della campagna vaccinale” e che il Presidente non aveva “nulla da riferire in ordine alla somministrazione di vaccini in Valle d’Aosta, giacché le uniche informazioni di cui era a conoscenza erano quelle apprese dai media”. Nelle settimane successive, la verità che sembrava consolidarsi cambia però forma.

La richiesta di archiviazione odierna racconta che Caveri prova alla Procura – “producendo a conforto della sua versione dei fatti anche gli screenshots di alcuni scambi di messaggi con Bertin ed altri politici” – che “era stato proprio l’ufficio di presidenza del Consiglio regionale a deliberare che fossero sottoposti a vaccinazione già nel marzo 2021 i consiglieri regionali ultrasessantenni che intendevano aderire alla campagna vaccinale”.

Istanze di archiviazione e nuove iscrizioni

In sostanza, l’Assessore, come gli altri colleghi finiti indagati, aveva così “ricevuto la convocazione dell’Ausl VdA (che non aveva opposto alcuna obiezione in merito all’anticipazione della vaccinazione)” e “si era presentato presso il polo vaccinale designato per ricevere il vaccino”. Elementi, confermati dalla documentazione acquisita dagli inquirenti all’azienda sanitaria e dalle dichiarazioni di altre persone informate sui fatti, che sottraggono le somministrazioni ai tre politici dal perimetro della responsabilità penale.

Per i tre scatta quindi la richiesta di archiviazione delle rispettive posizioni, mentre il presidente Bertin, e l’allora commissario Usl Angelo Michele Pescarmona (oggi direttore dell’Asl To5), anch’egli sentito nelle indagini, vengono indagati per false informazioni al pm (è stato aperto un procedimento separato). L’accertamento dei fatti, annotano i sostituti del procuratore capo Paolo Fortuna, “è stato reso più arduo per effetto delle false dichiarazioni” da loro rese alla polizia giudiziaria.

Direttore generale dell’Azienda USL Angelo Pescarmona
Angelo Pescarmona

La reazione di Bertin

Sulle evoluzioni dell’inchiesta che lo riguardano, il Presidente del Consiglio Alberto Bertin dichiara: “Scopro, con sorpresa, dai giornali di essere indagato. Confermo quanto già da me dichiarato in altre occasioni che, nello specifico, l’Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale non ha mai assunto una deliberazione sulla questione”.

La scelta politica celata al pubblico

Peraltro, si legge nell’istanza dei pm Ceccanti e Pizzato, le vaccinazioni dei tre politici si inseriscono “in una precisa scelta politica adottata da un organo politico che avrebbe forse dovuto essere rivendicata dall’organo che l’ha assunta e non già celata all’opinione pubblica”. Soprattutto, se “si consideri che essa si pone in totale contrasto con quella seguita dai vertici delle istituzioni statali (Presidenza della Repubblica e Presidenza del Consiglio) che non hanno inteso percorrere corsie preferenziali nell’ottenimento del vaccino, ma hanno atteso il proprio turno secondo la rispettiva classe di età”.

Il filone su parenti e amici

In un altro filone esplorato dalla Procura, le indagini hanno “accertato che le indagate” Hélène Imperial e Laura Plati (entrambe dipendenti Usl, la prima medico distaccato all’Assessorato regionale alla Sanità, l’altra dirigente delle professioni presso la struttura Sitra) “hanno indebitamente distratto dosi vaccinali in favore di soggetti aventi un legame parentale o amicale con la Imperial, esponendo con ciò al rischio di contagio e di morte i soggetti fragili a cui spettava l’inoculazione di tali dosi”.

I pm propendono però, per loro, l’archiviazione dall’ipotesi, originariamente formulata, di abuso d’ufficio, perché le condotte emerse sono riconducibili all’alveo del reato di peculato. Rispetto a tale fattispecie, l’indagine prosegue per entrambe, non è ancora conclusa. Cadono, infine, le accuse formulate ad una familiare di Impérial, “alla quale è stata indebitamente inoculata una dose del vaccino”. A suo carico, non sono stati individuati “elementi che consentano di ritenere che ella si sia attivata al fine di ricevere senza titolo” il siero.

Nemmeno, è stato “possibile appurare con certezza che ella abbia falsamente dichiarato di essere un’operatrice scolastica al medico che ha compilato la sua cartella di vaccinazione”. Infatti, “non si può escludere che tale informazione sia stata annotata per errore dal sanitario, posto che la giornata in cui è avvenuta l’inoculazione della dose” alla parente “era dedicata prevalentemente alla vaccinazione dei docenti”.

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