‘Ndrangheta, la difesa dell’avvocata Bagalà: “se i proprietari si intestano un bene è reato?”

Parla Mario Murone, il legale che ha assunto la difesa di Maria Rita Bagalà, 52 anni, arrestata lunedì scorso, 3 maggio, nell’operazione Alibante della Dda di Catanzaro, che ha colpito la cosca capeggiata, secondo gli inquirenti, dal padre Carmelo.
Operazione Alibante ndrangheta
Cronaca

Ai domiciliari nel suo alloggio di Aosta da lunedì scorso, 3 maggio – quando tra la Valle, la Calabria ed altre località italiane è scoccata l’operazione Alibante di Carabinieri e Dda di Catanzaro – l’avvocata Maria Rita Bagalà si avvicina alla prima occasione in cui, da quando è finita in manette perché ritenuta la “mente economica” della cosca di ‘ndrangheta che secondo le indagini era capeggiata dal padre Carmelo (80 anni, in carcere dalla notte del blitz) e spadroneggiava sul litorale di Lamezia Terme da una quarantina d’anni, si troverà a tu per tu con un giudice.

Accadrà lunedì prossimo, 10 maggio, in occasione dell’interrogatorio di garanzia dinanzi al Gip. Tuttavia, l’avvocato Mario Murone, che la assiste, anticipa che non si tratterà del momento in cui “ci sarà anticipazione della linea difensiva”, mentre lo sarà l’istanza di riesame della misura cautelare che si appresta a depositare, per ottenerne la revoca. Un passo che il legale – di Lamezia Terme e noto a livello nazionale per aver affrontato anche alcuni processi di “Tangentopoli” – ha scelto di compiere considerando che “ho l’ordinanza da ieri mattina” e, ripetendone la lettura, “ci sono tanti motivi di riflessione”.

“Anzitutto – sottolinea il difensore – c’è lo spostamento del Gip”, che ha riformulato l’accusa mossa alla penalista in concorso esterno in associazione di tipo mafioso, “rispetto alla prospettazione originaria” della Procura distrettuale, che era di partecipazione organica alla cosca, il famigerato articolo 416bis. E l’ipotesi di reato così modificata, è il ragionamento del difensore, restringe il coinvolgimento di Maria Rita Bagalà alla presunta “intestazione fittizia di beni”, escludendolo da altre attività criminali paventate nelle 423 pagine dell’ordinanza del giudice Matteo Ferrante.

E’, in sostanza, il capitolo legato all’Hotel dei Fiori, che doveva essere realizzato nel comune di Falerna. L’operazione è stata gestita quasi integralmente attraverso la “Calabria Turismo Srl”, che – secondo l’accusa – l’avvocata arrestata amministrava “in prima persona ed in maniera occulta” e rappresentava la “cassaforte” della cosca. Per gli inquirenti, Bagalà voleva evitare che il padre Carmelo, considerato il vero proprietario della società, “comparisse nella complessiva operazione, poiché ciò avrebbe con ogni probabilità determinato controlli antimafia sull’intera vicenda”.

In particolare, agli occhi della Dda diretta da Nicola Gratteri, l’avvocata arrestata aveva curato operazioni mirate alla “realizzazione di una compagine sociale dualistica” composta da lei e dalla sorella Francesca, altra figlia di Carmelo. “Se così fosse, – esclama il difensore Murone – non è reato: i proprietari si intestano il bene”. Qual è la colpa di Maria Rita Bagalà, si chiede il legale a voce alta, “aver seguito i ricorsi” della società “Calabria Turismo” quando è stata colpita da interdittiva antimafia, nel 2016?

L’“inghippo”, per Murone, è nella sopravalutazione di un’intercettazione “riportata nell’ordinanza”, in cui Carmelo Bagalà afferma “io non devo nulla a nessuno”. Per l’accusa è la spavalda affermazione della “potenza di fuoco” del boss, per la difesa della figlia parliamo di “un uomo cosciente di avere 80 anni, che passa il bene ai figli ed anticipa il processo che un’eredità avrebbe generato”. “Ma quale cosca? – sbotta il difensore – Il bene è di una persona sola. Lei l’ha mai vista una cosca individuale? Ci potrà essere su altro, ma non su questo aspetto” della vicenda.

Mentre torna alla preparazione dell’istanza di riesame, affrontando ancora una volta la lettura dell’ordinanza, l’avvocato Murone conclude: “non si può dire che una figlia che difende il padre, solo per questo, ha una consapevolezza e concorre nel reato. Stiamo parlando di attività difensiva e non si può dire a un avvocato di non difendere il padre”. La Dda di Catanzaro e i Carabinieri, dopo tre anni di indagini iniziate nel 2017, la pensano diversamente, il Gip ha riqualificato l’accusa iniziale (ritenendo tuttavia necessario disporre la misura cautelare) ed il pensiero del Tribunale del riesame sarà, a questo punto, il prossimo ad emergere.

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