Sentenze sulla ‘Ndrangheta, per Libera “ora nessuno può più dire ‘non sapevo’”

L’associazione, che si era costituita parte civile nel processo, commenta il verdetto d’appello sottolineando che dall’operazione Geenna “è emersa la fragilità della comunità valdostana di fronte all’arroganza del potere mafioso”.
Un'udienza dell'appello Geenna a Torino.
Cronaca

Le sentenze del processo d’appello sulle infiltrazioni di ‘ndrangheta in Valle d’Aosta, nato dall’operazione Geenna della Dda di Torino e dei Carabinieri del Reparto operativo, fanno sì che “ora nessuno può più dire ‘non sapevo’ e chi continua a sottovalutare la presenza criminale o addirittura a negarla diventerebbe complice della presenza della organizzazione criminale nel territorio”.

E’ la valutazione di “Libera Valle d’Aosta”, affidata ad un comunicato stampa, sui verdetti dell’altro ieri, lunedì 19 luglio, della prima e dalla seconda Sezione della Corte d’appello di Torino, che permettono di “ritenere ampiamente confermato il quadro delineato” dalle decisioni di primo grado, assunte “rispettivamente dal Gup di Torino con rito abbreviato e dal Tribunale di Aosta con rito ordinario, con l’unica eccezione dell’imputato Marco Sorbara, ex consigliere regionale accusato di concorso esterno, assolto in appello perché il fatto non sussiste”.

Secondo l’associazione, “i processi hanno accertato la presenza in Valle d’Aosta di una locale di ‘ndrangheta fortemente radicata sul territorio e dedita ad affari criminali come lo spaccio di droga”, ma “al tempo stesso determinata nel coltivare e mantenere il controllo del territorio, anche stringendo stretti rapporti con il mondo politico e imprenditoriale della Valle” ed arrivando a “condizionare pesantemente l’amministrazione pubblica, come dimostra il commissariamento del Comune di Saint Pierre”, recentemente prorogato, e “la conferma in appello della condanna per concorso esterno dell’ex assessore del Comune di Saint Pierre Monica Carcea”.

Dalla vicenda, per Libera, “è emersa la fragilità della comunità valdostana di fronte all’arroganza del potere mafioso ed alla contemporanea capacità di tessere rapporti mantenendo un basso profilo, nel disinteresse generale di una comunità troppo spesso incapace di riconoscere i segnali della presenza delle mafie sul territorio”.

Il coordinamento regionale dell’associazione fondata da Don Luigi Ciotti assicura quindi che “continueremo a fare la nostra parte di informazione e sensibilizzazione per far conoscere cosa è successo in questo territorio, per leggerlo, perché siamo convinti che per essere cittadini responsabili è importante conoscere, approfondire, sapere”.

L’associazione si era costituita parte civile nel procedimento penale, con atto dell’avvocato Vincenza Rando e rappresentata alle udienze dal legale Valentina Sandroni, e si è vista riconoscere il diritto al risarcimento dei danni da parte degli imputati condannati, con provvisionali per un totale di 15mila euro tra i filoni processuali con rito abbreviato e ordinario.

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