Cronaca di Christian Diémoz |

Ultima modifica: 20 Luglio 2021 10:54

‘Ndrangheta, all’appello Geenna Sorbara assolto, condanne per tutti gli altri imputati

La “locale” di ‘ndrangheta viene riconosciuta dai giudici di abbreviato e ordinario, ma sul concorso esterno di Marco Sorbara i magistrati decidono per l’assoluzione. Si chiude così il secondo grado del processo sulle infiltrazioni in Valle.

Sorbara arrivo aulaImmagine di archivio. Marco Sorbara (a sx) con il fratello Sandro, suo difensore.

La “locale” c’era, ma non con il concorso esterno dell’ex consigliere regionale Marco Sorbara, assolto “perché il fatto non sussiste”. Può essere sintetizzata così la giornata delle sentenze di secondo grado del processo Geenna, il primo di sempre in cui veniva contestata l’esistenza di una cellula di ‘ndrangheta in Valle d’Aosta. Se la prima sezione della Corte d’Appello di Torino, con un verdetto letto in aula attorno alle 13 di oggi, lunedì 19 luglio, ha sostanzialmente confermato, per i quattro presunti “partecipi” che hanno scelto l’abbreviato, le pene del primo grado, diversamente è andata per la seconda sezione.

Entrati in camera di consiglio in mattinata come gli altri colleghi, i giudici ne sono usciti verso le 19 ed hanno dichiarato colpevoli i tre accusati di associazione a delinquere di stampo mafioso – Antonio Raso (che è comunque stato assolto per gli episodi di ipotizzato scambio elettorale politico mafioso, tentato e consumato), Nicola Prettico e Alessandro Giachino – e l’imputata di concorso esterno, Monica Carcea, mentre Sorbara è stato assolto. Si chiude così l’appello del procedimento originariamente nato dalle indagini condotte dalla Dda di Torino e dai Carabinieri del Reparto operativo del Gruppo Aosta a partire dal 2014 e culminate negli numerosi arresti eseguiti nel gennaio 2019.

La sentenza per il rito ordinario

I giudici, riconoscendo alcune attenuanti e per effetto delle assoluzioni da singoli episodi, hanno rideterminato le pene per i condannati. Nel dettaglio, al ristoratore Raso sono stati inflitti 10 anni di carcere (furono 13 in primo grado) e 8 anni ciascuno (contro gli 11 iniziali) ai dipendenti del Casinò Prettico e Giachino. Per quanto riguarda il concorso esterno, la condanna della già assessora alle finanze del comune di Saint-Pierre Monica Carcea scende a 7 anni di reclusione, dai 10 sentenziati dal Tribunale di Aosta nel settembre 2020.

Tutti avevano iniziato il cammino processuale d’appello lo scorso 3 maggio. In questo filone processuale, il sostituto pg Giancarlo Avenati Bassi ha invocato 13 anni e 6 mesi di reclusione per Raso, essendo il ricorso della Procura distrettuale relativo all’assoluzione su un episodio di scambio elettorale politico-mafioso, e la conferma delle pene inflitte dai giudici aostani per gli altri quattro imputati. La discussione dei diversi difensori aveva richiesto due udienze in giugno e, con repliche e contro repliche, si è arrivati ad oggi.

Relativamente alle parti civili, con la parziale revisione della sentenza il collegio ha riconosciuto delle provvisionali (in primo grado erano, invece, stati definiti dei risarcimenti): 50mila euro a favore della Regione (in solido tra tutti i condannati); 30mila euro al Comune di Aosta (a carico di Prettico, Raso e Giachino); 40mila al Comune di Saint-Pierre (in solido tra tutti) e 10mila a favore dell’associazione “Libera Valle d’Aosta” (in solido tra tutti).

Scarcerazione dei condannati nell’aprile 2023

Quanto alle misure cautelari, la sentenza di stasera prescrive la liberazione immediata di Sorbara (che era ancora sottoposto agli arresti “domiciliari”, con l’autorizzazione a effettuare attività lavorativa durante la settimana), mentre per Carcea (anche lei ancora in detenzione domiciliare), Giachino, Prettico e Raso (che sono in carcere dalla notte del “blitz” dei Carabinieri) i giudici dispongono che debbano essere scarcerati nell’aprile 2023, se non detenuti per altra causa.

La prima reazione di Sorbara

La sentenza d’appello, rovesciando la condanna a 10 anni di carcere inflitti in primo grado, certifica “quello che fin dall’inizio abbiamo detto e abbiamo dimostrato e abbiamo continuato a portare avanti: la nostra tesi di innocenza”. E’ il primo commento, ai microfoni del Tgr Rai della Valle d’Aosta nell’imminenza dell’assoluzione, di Marco Sorbara, visibilmente commosso. “Sono stati 909 giorni, oggi, terribili, devastanti. – ha continuato – Ringrazio la mia famiglia e tutte le persone che ci sono state vicine. Voglio ringraziare questa Corte d’Appello perché fin dall’inizio ci ha dato la sensazione di voler ascoltare le nostre tesi”.

Sorbara ha quindi aggiunto: “ringrazio mio fratello (Sandro, suo difensore nel processo, ndr.), che ha avuto la duplice veste di avvocato e di fratello, per cui una difficoltà non indifferente”. “Però, – ha proseguito – dentro di noi c’è sempre stata la convinzione che prima o poi qualcuno ci ascoltasse. E’ vero che in questi trenta mesi la fiducia e le speranze sono andate sotto terra”: ad aiutare Sorbara sono stati “l’amore di tante persone” e “della mia famiglia”, assieme alla “convinzione che la giustizia avrebbe fatto il suo corso, avrebbe comunque dimostrato la mia innocenza, perché l’ho sempre detto che tutti erano a conoscenza della mia innocenza e lo sapete anche voi”.

“Oggi, – ha concluso l’ex Consigliere regionale – non mi sembra ancora vero. L’ho detto in più occasioni: 209 giorni di carcere e 909 giorni in totale, per un innocente, sono veramente devastanti”. Sul fatto che la sentenza abbia tuttavia riconosciuto l’esistenza della “locale” di Aosta, il difensore Sandro Sorbara ha detto di preferire “non entrare nel merito, perché bisognerà sicuramente leggere le motivazioni” (Ndr attese fra 90 giorni), per poi aggiungere che “abbiamo avuto fin dall’inizio la sensazione, per la posizione di mio fratello, che la Corte d’Appello fosse attenta ai dettagli e agli elementi che abbiamo posto”, elementi che, peraltro, “sono stati detti dal primo interrogatorio in carcere”.

Il verdetto dell’abbreviato

La giornata della conclusione dell’appello Geenna – che il destino ha fatto coincidere con l’anniversario dell’uccisione del giudice Paolo Borsellino – si era aperta con le ultime udienze dei due procedimenti, fissate per l’inizio del mattino. Poco dopo (nell’abbreviato, un imputato ha reso alcune dichiarazioni spontanee e nel dibattimento si è registrata un’istanza difensiva dei legali di Raso), la chiusura e l’ingresso dei magistrati in camera di consiglio.

All’inizio del pomeriggio, la sezione competente per l’abbreviato è tornata in aula per annunciare la decisione. I giudici hanno inflitto 12 anni 7 mesi e 20 giorni di carcere a  Bruno Nirta (62 anni, di San Luca, l’unico dei quattro a fruire di un leggero “sconto” sul giuidizio precedente), 9 anni a Marco Fabrizio Di Donato (51), 5 anni e 4 mesi a suo fratello Roberto Alex Di Donato (43) e 5 anni e 4 mesi a Francesco Mammoliti (49). L’accusa, per ognuno, era di associazione a delinquere di tipo mafioso (per Nirta si aggiungeva anche l’essere stato coinvolto nel traffico internazionale di stupefacenti tra Spagna e Piemonte alla base di un altro filone investigativo).

Imputate in abbreviato erano anche – per accuse emerse durante le indagini dell’Arma, ma non legate alla criminalità organizzata – altre tre persone. Pure per loro, sono state confermate le condanne. A Giacomo Albanini (59) e Roberto Bonarelli (65), ritenuti in primo grado colpevoli di favoreggiamento, sono andati rispettivamente 1 anno e 1 anno e 6 mesi (per aver avvisato un presunto affiliato della presenza di microspie nel suo locale), nonché 2 anni e 4 mesi a Salvatore Filice (53), che rispondeva di concorso in tentata estorsione e violazione delle norme sulle armi, per una richiesta di denaro seguita a una “scazzottata” tra suo figlio e il nipote di un altro imputato.

Le tappe del processo in abbreviato

Il giudizio di primo grado, per tutti loro, si era concluso con la condanna di tutti, il 17 luglio 2020, da parte del Gup Alessandra Danieli. Apertosi lo scorso 18 maggio, l’appello aveva visto, in prima battuta, la sostituta pg Elena Dalosio chiedere la conferma delle condanne di primo grado. Quindi, udienza dopo udienza, fino a stamane, si sono susseguite le arringhe difensive e alcune dichiarazioni spontanee di vari imputati. Tra questi, anche i fratelli Di Donato, che hanno respinto di essere affiliati alla ‘ndrangheta. Tutti i difensori hanno annunciato la volontà, una volta lette le motivazioni (attese entro 90 giorni), di impugnare il giudizio dinanzi alla Corte di Cassazione.

Confermate, dalla sentenza odierna, pure le provvisionali (somme da versare nell’immediato, con il resto del danno che sarà quantificato in separato giudizio) per le quattro parti civili costituitesi nel procedimento. Alla Regione Valle d’Aosta (avvocato Riccardo Jans) sono andati 10mila euro, al comune di Saint-Pierre (avvocato Giulio Calosso) 10mila euro, al comune di Aosta (avvocato Gianni Maria Saracco) 10mila euro e all’associazione “Libera Valle d’Aosta” (avvocato Valentina Sandroni) 5 mila euro. 

Le indagini

L’operazione Geenna assume rilievo pubblico nella notte del 23 gennaio 2019, quando circa 300 Carabinieri entrano in azione per eseguire le misure di custodia cautelare concesse alla Dda di Torino (l’inchiesta fu coordinata dai pm Stefano Castellani e Valerio Longi) dal Gip Silvia Salvadori. Emerse così che l’indagine riguardava la creazione di una “locale” di ‘ndrangheta ad Aosta (i cui presunti “partecipi” finirono in carcere, dove si trovano ancora oggi), attiva nel “dialogo” con la politica (anche i due amministratori ritenuti concorrenti esterni finirono in cella, per poi ottenere i domiciliari) e capace di episodi di matrice estorsiva nel campo dell’artigianato, soprattutto dell’edilizia privata.

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