Società di Luca Ventrice |

Ultima modifica: 14 Gennaio 2021 15:52

Coronavirus, il 65% dei positivi di Cogne ha perso gli anticorpi dopo sei mesi

Cogne - A dimostrarlo uno studio condotto da Fabio Truc, fisico che si occupa di Oncologia sperimentale all'Università Parigi XIII, e Gianpiero Gervino del dipartimento di Fisica dell'Università di Torino. Studio che spiega come fondamentale per proteggere Cogne nella prima fase sia stato il lockdown precoce.

I prelievi fatti a Cogne a inizio giugnoI prelievi fatti a Cogne a inizio giugno

Un risultato inaspettato, anche perché la ricerca puntava ad approfondire altre evidenze. Ma il dato di fatto c’è, ed è inoppugnabile: nell’arco di sei mesi il 65% degli abitanti di Cogne che in primavera erano entrati a contatto con il Covid-19 ha perso gli anticorpi sviluppati. Non solo, due di loro hanno subito un nuovo contagio e, in un caso, c’è stato bisogno di ricorrere ad un ricovero in terapia intensiva.

Il dato emerge dalla seconda fase dello studio – che deve ancora essere pubblicato – commissionato dall’Amministrazione comunale di Cogne e condotto da Fabio Truc, fisico che si occupa di Oncologia sperimentale all’Università Parigi XIII, e Gianpiero Gervino del dipartimento di Fisica dell’Università di Torino.

Le due fasi dello studio

Dopo la prima fase dello studio i risultati, resi noti a giugno, dimostravano come sugli 850 abitanti di Cogne – sui circa 1300 complessivi – che avevano aderito allo screening, solamente 31 fossero risultati positivi al test sierologico.

Questione che aveva fatto da subito supporre una strada, ora abbandonata: “A giugno – spiega il professor Fabio Truc – abbiamo visto che la popolazione di Cogne era veramente stata colpita pochissimo da questo virus. Questo ci ha fatto pensare all’ipotesi che potesse esserci una componente genetica, dal momento che parliamo di una popolazione geneticamente isolata, quindi con poco rimescolamento genetico. Anche andando a vedere i dati dell’Influenza spagnola ci furono pochissimi soggetti interessati a Cogne, e con il San Raffaele avevamo programmato uno studio genetico per capire se questa popolazione fosse meno suscettible. Durate la seconda ondata Cogne viene invece colpita come tutti i comuni: molti casi, molti sintomatici, alcuni anche gravi, e anche due morti. È quindi tramontata l’ipotesi genetica”.

Il motivo della decadenza anticorpale è un’incognita: “Non c’è una spiegazione – prosegue Truc -. La tenuta o perdita degli anticorpi è un fenomeno soggettivo, non conosciamo ancora così bene il Sistemo immunitario per capirne il funzionamento. Qui ci sono state dei sintomatici che hanno perso gli anticorpi, e degli asintomatici che non li hanno persi. Il fatto che questi anticorpi decadono, solleva degli interrogativi sui vaccini, ma non è detto che decadano così in fretta. Al momento pare che a tre mesi di distanza tengano”.

Ma non è l’unica incognita: “L’altra è il virus stesso – spiega ancora il fisico -, che muta eccome, anche se pare che il vaccino riesca a coprire anche la ‘spike’ della variante inglese. Durante l’ultimo ‘step’ dello studio, inaspettatamente, abbiamo riscontrato una reinfezione. Un paziente si era ammalato ad aprile, sintomatico, e viene curato a casa, in maniera efficace e in pochi giorni. Era un Coronavirus? Il sierologico ha detto di sì, il paziente ha sviluppato gli anticorpi. A settembre però si ammala nuovamente, molto gravemente, e viene ricoverato in Terapia intensiva”.

“Qual è dunque il valore anticorpale per il quale a settembre si va rianimazione?” si chiede lo scienziato, che a stretto giro si dà risposta: “Si parla di Ade, Antibody-dependent Enhancement (potenziamento anticorpo-dipendente, ndr.). Quando l’anticorpo non è in grado di neutralizzare il virus, si può comportare come uncavallo di Troia’, introducendosi furtivamente nel sistema”.

L’impatto fondamentale del lockdown preventivo

Ciò che lo studio porta alla luce, è come la chiusura totale e preventiva di Cogne sia riuscita ad “isolare” il paese dal rischio di contagio. Truc lo rimarca, e ribadisce come l’aspetto preventivo sia stato fattore chiave nella non proliferazione del virus.

“Risultati alla mano – spiega -, ci si è domandati perché l’impatto tra le due ondate sia stato così diverso. Il primo paziente sintomatico a Cogne è del 10 marzo, contando che l’incubazione dell’infezione è di 8/10 giorni, arriviamo al 1° marzo. Quel giorno a Cogne c’era una vera e propria invasione di turisti, ed è verosimile che il virus sia entrato in quella occasione. Cos’è successo? Il 4 marzo si è chiuso tutto prima del lockdown nazionale (istituito il 9, ndr.). Il virus è arrivato a Cogne ed il lockdown non gli ha permesso di propagarsi. Il risultato di questo studio ha dimostrato l’enorme valore difensivo del lockdown precoce, e non di quello tardivo, dal momento che ancora oggi, nonostante le misure avviate a ottobre, risultano ancora 500 decessi al giorno”.

“L’oggetto di questa comunicazione scientifica sarà proprio questo – chiude Truc – la condivisione del valore protettivo enorme del lockdown precoce. Oggi, oltre ai vaccini non abbiamo altra difesa efficace”.

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