Crescono gli avvistamenti del lupo in Alta Valle. Decisivo potrebbe essere stato il “lockdown”

A spiegarlo il dottor Riccardo Orusa, Direttore del Centro di Referenza Nazionale per le Malattie degli Animali Selvatici: "Il lockdown ha aumentato la capacità di tante specie selvatiche di avvicinarsi alle zone antropizzate". Per tutelare la specie e gli allevatori serve informazione, formazione e ricerca.
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Frequenti avvistamenti nel corso dei mesi, ma il caso rimane isolato. Il lupo sembra di essere sempre più di casa ad Arvier, caso divenuto oggetto – venerdì scorso – di una riunione nella stazione forestale tra i referenti della Struttura Flora e Fauna e del Corpo Forestale, assieme all’Assessore alle Risorse naturali Davide Sapinet ed il sindaco Mauro Lucianaz.

La decisione presa è stata quella di intensificare le attività di monitoraggio nel comprensorio comunale e di avviare un controllo mirato da parte del personale del Corpo Forestale, anche – si legge in una nota – “nella prospettiva di valutare iniziative dissuasive per allontanare gli animali dalle aree abitate. Il caso di Arvier, dove ci sono stati frequenti avvistamenti nel corso degli ultimi mesi, rimane isolato. Nel resto della regione non si registrano situazioni simili e gli avvistamenti di lupi vicino alle case sono occasionali”.

Situazione che resta monitorata, al momento, con 90 fototrappole operative che verranno presto implementate da altre 30 di ultima generazione che permetteranno di avere contezza del passaggio degli animali in tempo reale.

Il sopralluogo della autorità sul lupo ad Arvier
Il sopralluogo della autorità sul lupo ad Arvier

Il lupo ed il lockdown

Il lupo è animale complesso, e sul suo comportamento si concentra da sempre il CeRMAS – il Centro di Referenza Nazionale per le Malattie degli Animali Selvatici, collegato all’Istituto zooprofilattico sperimentale del Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta –, polo di eccellenza per la ricerca su una fauna selvatica i cui destini sono legati a doppio filo a quelli dell’uomo.

Il dottor Riccardo Orusa, Dirigente veterinario responsabile del Centro, spiega: “Mi preoccupa molto il maggiore senso di tendenziale fiducia che il lupo potrebbe avere verso gli ambienti antropizzati. Gli esemplari, in genere, stanno all’interno del branco, protetti dal team leader, l’esemplare alfa, e dalla team leader, fattore che garantisce l’evoluzione stessa del branco. Non mi preoccupano i soggetti in dispersione, abbandonati o che abbandonano il branco. L’esemplare in dispersione, anzi, diventa un rischio per se stesso, perché le sue percentuali di sopravvivenza si riducono di oltre il 70%”.

Il punto nodale è la conoscenza: “L’entropia è una regola essenziale della natura – spiega ancora Orusa –. Un parziale disquilibrio in Valle, come in altre vallate alpine, è dovuto ad una crescita. All’interno di un areale un branco di lupi è composto dai 5 ai 7 elementi. Qui in Valle si comincia a pensare che ci siano 6/7 esemplari per ogni branco. È sempre più necessario conoscere dove sono i branchi, quale sia la dinamica di popolazione nel gruppo, e conoscere sempre più i dispersi e le coppie che lasciano i branchi, magari esemplari giovani, che vanno in condizione di vita a due. È però una condizione meno preoccupante rispetto a quella del disperso, che può accoppiarsi con un altro canide”.

Nel mezzo, l’emergenza sanitaria potrebbe aver avuto un ruolo decisivo: “Il professor Luigi Boitani dice che dove c’è un branco, il suo areale vitale va dai 110 a 200 K – prosegue il Direttore del CeRMAS –. All’interno dell’‘home range’ ci sta un branco solo, non due. E questa è una assoluta verità, definita da un gran numero di studi. Ci sono però dei fattori di ecosistema negativi, e uno di questi è stato il Covid. Il rallentamento della capacità di movimento che l’umano si è dato in meno, attraverso il lockdown, ha aumentato la capacità di tante specie selvatiche di avvicinarsi alle zone antropizzate. Si sono per certi versi ‘impadroniti’ anche di altre zone”.

Il lupo e gli allevatori, un contrasto da superare con la conoscenza

Per vivere assieme è fondamentale imparare a conoscersi. Sulla complicata convivenza tra il predatore, che è specie protetta, e gli allevatori, Orusa spiega: “Perché il lupo, che pure aggredisce greggi e mandrie, non aggredisce l’umano da almeno 200 anni? Perché non è stupido, è molto preparato e molto selettivo. Che cosa mangia? Per la sua capacità trofica predilige il capriolo, la prima specie in assoluto e che è presente anche in alta densità. La seconda scelta è il giovane cervo e la terza, molto minoritaria perché è un pericolo anche per lui, il cinghiale. Se in alpeggio un esemplare alfa vede un gregge di pecore, l’osservazione di un banco di lupi va avanti anche due o tre settimane, con una strategia ed un attacco pianificato nei dettagli che ha dell’incredibile. In questo caso, ovviamente, arreca un grosso danno, spaventa la comunità e preoccupa l’allevatore, che deve correre ai ripari”.

Come? Anzitutto con il sapere: “Gli allevatori devono essere protetti e informati – aggiunge il Direttore –. C’è un grande lavoro da fare sull’informazione e la formazione da fare con gli allevatori, ma anche con il mondo venatorio, perché il lupo va protetto. Per farlo, però, come dico da anni, bisogna investire di più nella ricerca, il che significa investire in salute e in conoscenza”.

Il ruolo chiave del CeRMAS

Istituto Zooprofilattico Sperimentale sede di Quart
Istituto Zooprofilattico Sperimentale, la sede di Quart

Il ruolo del Centro è fondamentale, soprattutto in un periodo in cui – da un anno a questa parte – non si fa altro che parlare di “pandemia”.

Orusa spiega: “Sostanzialmente il CeRMAS raccoglie semestralmente tutti i dati nazionali collegati a qualunque malattia degli animali selvatici in tutta Italia, attraverso i referenti per ogni Istituto zooprofilattico, su qualsiasi malattia: tubercolosi, brucellosi, virus erpetico del capriolo, influenza aviaria, encefalite da West Nile. Questo perché qualsiasi malattia del selvatico potrebbe passare anche al domestico e poi all’umano”.

Lavoro immenso – comunicato poi all’OMS ed in seguito all’OIE, l’Organizzazione mondiale della sanità animale, con sede a Parigi –, che abbraccia anche la stretta attualità: “Il ruolo del CeRMAS, anche assieme ad altri Istituti, è anche quello di raccogliere campioni a raffica su un certo numero di specie che potrebbero essere sensibili al SARSCoV-2. Noi, in Valle d’Aosta, studiamo mustelidi e carnivori, a livello di antropizzazione. Il SARS-CoV-2 è un virus naturale, come emerso da un ultimo passaggio che l’OMS ha fatto a Wuhan. Dire che nasce dai chirotteri è una verità parziale, perché in realtà nasce e si sviluppa, su base naturale, su tutta una serie di esemplari. Il lupo, per noi, ha anche un interesse ecopatologico, perché ci permette di collegare il contesto ecologico con l’impatto di una certa malattia. È quindi fondamentale per capire determinate situazioni di sviluppo predittivo di alcune malattie che potrebbero svilupparsi su una specie selvatica. Un ‘fanalino di conoscenza’ che lega esemplari domestici, selvatici e in alcuni casi anche l’esemplare umano”.

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