Centralina di Oyace, chiusa l’inchiesta della Procura: quattro indagati

Si tratta dell’ex sindaco Remo Domaine (51 anni), del suo successore Sandro Favre (51), dell’impiegato della “ServiziVdA” Flavio Petitjacques (44) e del già segretario comunale Roberto Trova (64). Le accuse, mosse a vario titolo, sono di corruzione e falso.
Oyace
Cronaca

Chiuse le indagini della Procura, ai due indagati già noti nell’inchiesta sulla realizzazione di una centralina elettrica in località Gallians di Oyace, se ne aggiungono altrettanti. All’ex sindaco Remo Domaine (51 anni) e all’impiegato della “ServiziVdA” e già assessore al comune di Bionaz Flavio Petitjacques (44), il pm Luca Ceccanti contesta il concorso in corruzione per un atto contrario ai doveri d’ufficio. Invece, l’attuale primo cittadino (ma all’epoca dei fatti vice) Sandro Favre (51) e il segretario comunale al tempo Roberto Trova (64) sono chiamati a rispondere di falsità ideologica commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici, assieme a Domaine.

Secondo l’inchiesta, sviluppata dall’aliquota della Polizia di Stato della Sezione di polizia giudiziaria presso la Procura, anche attraverso alcune intercettazioni ritenute eloquenti dagli inquirenti, un “reiterato ed articolato patto corruttivo” è intercorso tra Domaine e Petitjacques. Nel dettaglio, il primo avrebbe “spinto” l’attuazione dell’opera a favore del secondo, mettendosi ripetutamente a sua disposizione ed attuando, sin dal 2016 ed in molteplici occasioni, un “pervertimento e sviamento delle prerogative e della funzione pubblica” insite nella sua carica.

Tale azione avrebbe mirato, tra l’altro, all’“aggiramento dei vincoli normativi e di piano” per la realizzazione della centralina, destinata a sorgere su terreni di proprietà dell’ex Sindaco. In cambio, Petitjacques – titolare della concessione amministrativa per la struttura (poi sospesa dalla Regione) – avrebbe retribuito Domaine con un’utilità consistita nel cedergli il 50% della “Varere srls”, società costituita assieme alla figlia dell’allora primo cittadino, per gestire la produzione di energia, così promettendogli, di fatto, la “metà degli utili che sarebbero stati ricavati dall’esercizio della centralina”.

I due indagati erano stati arrestati lo scorso 8 giugno. Domaine, pochi giorni dopo, aveva rassegnato le dimissioni dalla carica di Sindaco (per cui era intanto scattata la sospensione ai sensi della “legge Severino”). Dopo essere stati interrogati in Procura, nel corso dell’inchiesta, entrambi avevano ottenuto dal Gip del Tribunale la revoca dei domiciliari, sostituiti da una misura cautelare meno afflittiva (l’obbligo di firma). Il pm, nell’avviso di conclusione delle indagini preliminari, ripercorre anche la “sinergia” tra l’allora Sindaco e l’imprenditore, per concertare “le linee operative” e “risolvere problemi pratici ed economici relativi alla realizzazione dell’opera”.

L’ipotesi di falso, a carico di Domaine, Trova e Favre (che ha preso le redini del Comune dopo le dimissioni del Sindaco arrestato e non correrà nella partita elettorale di settembre), origina da uno degli episodi cardine dell’inchiesta. Parliamo della seduta del Consiglio comunale di Oyace del 6 giugno 2016, in cui venne discussa l’opera. Nella ricostruzione inquirente, nonostante non potesse essere presente per incompatibilità, Domaine intervenne “continuamente al fine di ottenere la dichiarazione di pubblica utilità” della centralina ed esercitò “richieste ed esortazioni sui consiglieri che, anche in ragioni di tali interventi, votavano favorevolmente”.

Tuttavia, nel verbale della seduta – sottoscritto da Trova e Favre – si legge che “Domaine si era assentato prima della discussione del punto in questione e che la presidenza del Consiglio comunale era stata assunta dal vicesindaco”, mentre “Domaine era sempre stato presente e aveva attivamente e continuamente operato per ottenere un voto favorevole, attraverso una fattiva partecipazione alla discussione”. Nella seduta successiva, il 21 luglio 2016, sarebbe stata anche attuata una “apparente correzione” del documento, che, “in realtà, determinava un’ulteriore falsificazione” dello stesso. Trascorso il termine a disposizione degli indagati, il pm deciderà sulle richieste di rinvio a giudizio.

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