Cronaca di Christian Diémoz |

Ultima modifica: 10 Luglio 2020 9:35

Revoca del concordato al Casinò, i motivi della decisione della Corte d’Appello

Aosta - La Casa da gioco, secondo la sentenza dei magistrati torinesi, non doveva essere ammessa alla procedura, per essersi vista respingere dal Tribunale (visto il mancato deposito del bilancio 2017) una prima richiesta concordataria.

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È nella “falsa partenza” del Casinò sul cammino concordatario il motivo per cui la Corte d’Appello di Torino ritiene che la Casa da gioco non dovesse essere ammessa alla procedura, di cui ha quindi revocato l’omologazione. Nella sentenza depositata oggi, giovedì 9 luglio, i magistrati richiamano infatti la prima richiesta di concordato avanzata dalla Casinò de la Vallée al Tribunale di Aosta il 31 ottobre 2018, che fu dichiarata inammissibile l’8 novembre successivo, “stante il mancato deposito del bilancio al 31 dicembre 2017”.

Successivamente, approvato il documento contabile, il Casinò presentò il 12 novembre una nuova istanza, che stavolta vide il Tribunale concedere all’azienda di Saint-Vincent un “termine di sessanta giorni, poi prorogato, per il deposito del piano” di concordato “e della proposta” di rimodulazione dei debiti. Tuttavia – osserva il collegio presieduto da Renata Silva – la legge fallimentare stabilisce che la richiesta “è inammissibile quando il debitore, nei due anni precedenti, ha depositato altra domanda”, alla quale “non abbia fatto seguito l’ammissione alla procedura di concordato preventivo”.

Ecco quindi che, “contrariamente a quanto ritenuto dal Tribunale” di Aosta, “l’inammissibilità del secondo ricorso per concordato in bianco è stabilita proprio nel caso di precedente” istanza. La Corte d’Appello ritiene pertanto che “il decreto di omologa sia invalido in quanto fondato su un precedente provvedimento di concessione dei termini per la presentazione del concordato pieno, emesso fuori dai casi previsti dalla legge e contro l’espressa previsione” delle norme fallimentari.

L’illegittimità dell’omologazione della procedura concordataria era stata sollevata, attraverso i ricorsi depositati nel novembre 2019, da due società, la “Elle Claims s.a.” del gruppo Lefvebre (rappresentata dagli avvocati Antonio e Giuseppe Rappazzo) e la “Valcolor” di Sarre (attraverso i legali Maria Chiara Marchetti e Filippo Pastorini). La prima, oltre al “via libera” dato dai giudici al concordato, si opponeva anche al non essere stata ammessa tra i creditori in sede di adunanza, il 9 luglio 2019.

La tesi della società è che il gruppo Lefvebre, opposto alla Casinò de la Vallée nella “causa madre” che si protrae da circa 25 anni e non è ancora giunta a definizione, vanti un credito nei confronti della Casa da gioco, per quanto non determinabile al momento dell’adunanza, perché legato alla controversia in corso. Non si parla comunque di cifre indifferenti: la richiesta di “Elle Claims” era di essere ammessa al voto sul concordato “fino a concorrenza della somma di 43 milioni 606mila euro”. Il Tribunale di Aosta aveva però respinto, escludendo che il credito dedotto dalla società “potesse trovare in futuro accoglimento in sede giudiziaria”.

Nel merito del concordato accordato al Casinò, “Elle Claims” sosteneva poi che il piano concordatario proposto dal Casinò (imperniato sul pagamento integrale dei creditori privilegiati, nonché del 78% a quelli chirografari) omettesse “di evidenziare ulteriori risorse che la procedura avrebbe potuto ricavare da un’azione di responsabilità nei confronti sia degli amministratori che nel tempo avevano gestito la società, sia del socio controllante (il capitale è al 99.9% della Regione e per il restante 0.1% del comune di Saint-Vincent, ndr.) che aveva esercitato i poteri di direzione e coordinamento”.

Inoltre, la società della galassia Lefvebre rilevava che il Tribunale “non aveva adeguatamente considerato la finalità ultima della procedura concordataria” che, “oltre alla salvaguardia delle componenti attive dell’impresa”, è “il miglior soddisfacimento del creditore”. In tal senso, secondo la reclamante, “per valutare la legittimità del decreto omologatorio occorreva tenere conto della macroscopica sottovalutazione del patrimonio immobiliare, anche no core, del Casinò de la Vallée”. Per parte sua, Valcolor svolgeva nel ricorso presentato alla Corte d’Appello “motivi simili a quelli dedotti da ‘Elle Claims’”.

Stabilita l’inammissibilità del Casinò alla procedura concordataria (e accertato che il sottoscrittore della procura di “Elle Claims” fosse effettivamente titolare del potere di rappresentanza societaria, contrariamente a quanto valutato dal Tribunale di Aosta), per i magistrati torinesi gli altri motivi addotti dalle ricorrenti “essendo relativi a fasi successivi della procedura di concordato o alla concedibilità dell’omologa nel merito, rimangono assorbiti”.

La “Casinò de la Vallée” è stata inoltre condannata a rimborsare alle due società le spese delle opposizioni (attorno agli 11mila euro) e gli atti del procedimento “vanno trasmessi al tribunale di Aosta per i provvedimenti di competenza, essendo stata a suo tempo presentata istanza dalla Procura della Repubblica e da Valcolor srl per la dichiarazione di fallimento” della Casa da gioco. Si riapre così un capitolo della vicenda del Casinò che molti, a partire dai suoi responsabili, consideravano chiuso, in una storia in cui il finale pare allontanarsi sempre più.

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