VIDEO Cronaca

Ultima modifica: 11 Settembre 2020 14:07

‘Processo Geenna, quattro ore di arringa dalla difesa Raso: “Nessuna forza intimidatrice”

Aosta - Gli avvocati Pasquale Siciliano e Ascanio Donadio hanno ribadito nell'udienza di ieri, giovedì 10 settembre, che il ristoratore è “una brava persona”: “Se poi qualcuno, tra coloro che frequentavano il suo ristorante, se ne sia dimenticato, è un altro discorso”.

Antonio Raso, il titolare della pizzeria “La Rotonda” in carcere dal 23 gennaio 2019 perché accusato dalla Dda di Torino di essere stato al vertice della “locale” di ‘ndrangheta esistente ad Aosta, ha offerto al consigliere regionale sospeso Marco Sorbara (imputato per concorso esterno in associazione mafiosa) un “appoggio elettorale in termini di amicizia. A pochissime persone diceva di votarlo”. E’ uno dei temi che l’avvocato Ascanio Donadio, difensore del ristoratore assieme al collega Pasquale Siciliano, ha toccato nella sua arringa, durante l’udienza di ieri, giovedì 10 settembre, al processo “Geenna” su infiltrazioni del crimine organizzato in Valle.

Il legale ha quindi insistito sull’assenza di collegamenti “tra questo gruppo e la Calabria”, sul fatto che “nessuno dei pentiti” sentiti nell’udienza dell’11 luglio nell’aula bunker del carcere di Torino “riconosce uno degli attuali imputati come un affiliato” e sul dato per cui la “‘ndrangheta non si struttura sulle intenzioni, ma sulla forza intimidatrice”. Al riguardo, la vicenda della tentata estorsione da parte di Salvatore Filice (secondo gli inquirenti, un episodio scaturito dalla lite tra due ragazzi, che ha rischiato di innescare una ‘guerra’ tra famiglie calabresi stabilitesi in Valle) ha mostrato che la “forza intimidatrice” dell’imputato è “sotto zero”.

Inoltre, nemmeno dal “sostegno elettorale a Nicola Prettico”, il consigliere comunale di Aosta sospeso, che per la Procura distrettuale avrebbe fatto parte della “locale” al centro dell’inchiesta, emerge “traccia del metodo mafioso usato” da Raso. Quanto poi all’affiliazione dell’imputato alla massoneria, letta dal pm Stefano Castellani come il contesto ove sviluppare una rete di relazioni e contatti su cui innestare le condotte classiche del reato di associazione di tipo mafioso, per Donadio se l’obiettivo del ristoratore fosse stato davvero quello “si sarebbe affidato a una loggia già esistente sul territorio” e “non sarebbe andato in Francia con Prettico pagando 400 euro”.

Nella videointervista di Christian Diemoz, le impressioni dei due legali al termine dell’arringa, protrattasi nell’insieme per circa quattro ore. L’accusa, per voce del procuratore capo di Torino Anna Maria Loreto ha chiesto per Raso 16 anni di carcere. Nella sua requisitoria, il pm ha fatto risalire la presenza della ‘ndrangheta in Valle agli anni ’80, forse anche ai ’70, ma Donadio ha tenuto a sottolineare che “l’oggetto del processo è l’appartenenza” degli imputati all’associazione criminale e non “l’esistenza” di quest’ultima nel territorio regionale. Nell’udienza di oggi, venerdì 11 settembre, sono in programma le aringhe dei difensori di Alessandro Giachino, Nicola Prettico e Monica Carcea.

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