Cronaca di Christian Diémoz |

Ultima modifica: 22 Febbraio 2020 14:08

Processo Geenna, Di Donato rompe il silenzio: “Nessuna cosca”

Il presunto capo della “locale” aostana di 'ndrangheta ha rilasciato dichiarazioni spontanee, nella prima udienza dopo la richiesta, per lui, di 14 anni di carcere: “Io? Un capro espiatorio”.

tribunale torino

Dopo le richieste di pena dei pm della Direzione Distrettuale Antimafia, al processo in corso dinanzi al Gup Alessandra Danieli, quello per i quattordici imputati dell’inchiesta Geenna che hanno scelto riti alternativi, la parola è passata ieri, venerdì 21 febbraio, alle difese. Tuttavia, prima che iniziassero le arringhe, protagonista della mattinata è stato Marco Fabrizio Di Donato, alla sbarra quale presunto capo della “locale” di ‘ndrangheta di Aosta (al centro del procedimento assieme a un traffico di stupefacenti tra Spagna e Piemonte). Per lui, imputato di associazione a delinquere di stampo mafioso, di scambio elettorale politico-mafioso e di concorso in lesioni, l’accusa ha chiesto quattordici anni di reclusione.

Rimasto in silenzio dal giorno dell’arresto, il 23 gennaio 2019, ha reso dichiarazioni spontanee in videoconferenza dal carcere in cui è rinchiuso. A tratti aggressivo, ha smentito categoricamente l’esistenza di una cosca Di Donato in Valle e si è detto un “capro espiatorio” della situazione, in virtù dell’essere conosciuto ad Aosta e dintorni per il suo lavoro di artigiano, non negando la conoscenza di alcuni di coloro che i Carabinieri del Reparto operativo ritengono altri partecipi. A costoro, ha aggiunto, era però legato da motivi tutt’altro che illeciti, come le gite in montagna con Alessandro Giachino e la frequentazione del ristorante di Tonino Raso.

Di Donato ha parlato anche di Monica Carcea, ex assessore del comune di Saint-Pierre accusata di concorso esterno nell’associazione (a giudizio con il dibattimento ordinario che inizierà, ad Aosta, il prossimo 11 marzo). Per l’accusa, Di Donato era uno dei referenti della “locale” per l’allora amministratrice, eletta in Consiglio comunale (oggi sciolto, a seguito di accesso antimafia) con i voti del sodalizio. L’ha definita, in riferimento ai contrasti tra lei ed altri esponenti dell’amministrazione (per fare finire i quali, nella tesi dei pm Longi e Castellani, Di Donato si sarebbe speso in prima persona, anche con esponenti della politica regionale), una donna “vessata”, anche “con battute sessiste e per la sua calabresità”.

L’arringa del legale di Di Donato, l’avvocato Demetrio La Cava, è prevista in una prossima udienza. In mattinata ha parlato anche Salvatore Filice, che non è accusato di essere ‘ndranghetista, ma risponde di concorso in tentata estorsione e violazione delle norme sulle armi. Entrato nell’indagine per una “scaramuccia” tra suo figlio e un nipote di Raso (dal ristoratore avrebbe, secondo le indagini, preteso dei soldi, tentativo bloccato però dall’intervento di altri componenti della “locale”), ha raccontato i tre incontri susseguitisi con esponenti del sodalizio.

In particolare, per i timori accesi in lui dalla situazione e la necessità di uscire dalla situazione difficile, ha spiegato di essersi inventato, facendo leva sulle sue origini meridionali, la “vicinanza” ad un’altra cosca malavitosa e la disponibilità di un’arma (che non aveva). Per l’uomo, assistito dai legali Gianfranco Sapia ed Elena Corgnier, i pm hanno sollecitato una condanna a due anni e otto mesi. Filice, non più tardi di quindici giorni fa, era stato condannato al Tribunale di Aosta per truffa aggravata (tre anni di reclusione) nei confronti di un’anziana.

Nel pomeriggio sono partite le prime arringhe vere e proprie. A pronunciare, gli avvocati Anna Chiusano (per Roberto Alex Di Donato, fratello di Marco Fabrizio e considerato suo “collega” nella gestione della locale, pur senza mai intrattenere rapporti diretti) e l’avvocato Guglielmo Busatto (per Bruno Trunfio, imputato nel filone piemontese dell’inchiesta). L’udienza proseguirà, con altri difensori, il prossimo 4 marzo.

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