Cronaca di Christian Diémoz |

Ultima modifica: 24 Luglio 2020 18:35

“Da Di Donato spesso millanterie”: Prettico si difende al processo “Geenna”

Aosta - L’udienza al Tribunale di Aosta è ripresa oggi con l’esame del dipendente del Casinò e consigliere comunale sospeso, accusato di essere stato un partecipe della “locale” individuata da Dda e Carabinieri.

Processo Geenna, l'arrivo di Nicola PretticoProcesso Geenna, l'arrivo di Nicola Prettico

Marco Fabrizio Di Donato? “La mia famiglia e la sua abitavano a 30 metri di distanza in linea d’aria”, al quartiere Dora, “popolato al 90% da famiglie di estrazione meridionale, in particolare calabresi”, e con lui “ci sono rapporti sin da quando sono bambino”. Più “importante”, però, era la  frequentazione “con suo fratello Roberto Alex”, che però si è interrotta nel 2009, quando “è stato arrestato” per traffico internazionale di droga e, dopo che uscito dal carcere “abbiamo anche smesso di salutarci per strada”.

Ha ruotato per buona parte attorno ai due fratelli condannati dal Gup di Torino la scorsa settimana, come vertici della “locale” di Aosta emersa dall’operazione “Geenna”, l’esame di Nicola Prettico, il dipendente del Casinò de la Vallée e consigliere comunale di Aosta (sospeso) a giudizio al Tribunale di Aosta con la stessa accusa di associazione a delinquere di stampo mafioso. Sentito nella mattinata di oggi, venerdì 24 luglio, l’imputato ha definito il maggiore dei due Di Donato, Marco Fabrizio, come qualcuno che “spesso faceva sue questioni che non lo riguardavano”, e che talvolta “vuole apparire più grande di quello che è”, ma parliamo di “una persona molto semplice”.

“Mai portato ambasciate in Calabria”

Prettico ha sostenuto di avere avuto con lui, “a volte”, un “rapporto confidenziale”, salvo definire “millanterie” alcune sue parole finite in intercettazioni del fascicolo processuale. E’ il caso, tra l’altro, della conversazione in cui Di Donato lamenta di “un’ambasciata” affidata all’imputato, da recapitare a un individuo indicato come “‘u riccu”, che non sarebbe “mai arrivata a questo” e, di conseguenza, “è stato arrestato”. “Io non ho mai portato ambasciate in Calabria riferite a messaggi” e “non so chi sia questa persona”, è stato categorico Prettico.

La Massoneria? Una curiosità

“Millanteria” è il giudizio che l’imputato ha riservato anche all’ambientale in cui Marco Fabrizio Di Donato riferisce “gli ho detto io (a Prettico)” di affiliarsi alla Massoneria. L’adesione alla società segreta è stata ricondotta da Prettico, in realtà, alla sua amicizia con Vincenzo Marrapodi, già sindaco di San Giorgio Morgeto, che gli chiese di accompagnarlo nella prima partecipazione ad una riunione di loggia a Mentone e, a seguire, gli propose di entrare in quel consesso. Accettò, assieme ad un amico valdostano, stuzzicati dal fatto che la sede “non fosse in Valle d’Aosta”, perché “non volevamo si sapesse, era più che altro una curiosità”.

Dell’adesione, “ho raccontato a pochissime persone, di cui credevo di potermi fidare”. Anzitutto, “al mio povero papà (un sottufficiale della Guardia di finanza, scomparso alcuni anni fa, ndr.), che non fu per niente contento”, quindi “l’ho detto a Marco Fabrizio Di Donato”. Con Raso “ne parlammo”, credo che “glielo disse Di Donato”. Richiamando le ripetute precedenti valutazioni di millanterie, il pm Longi è sbottato: “e lei gli faceva le confidenze, che lui propalava ad altri…”. Prettico non ha comunque cambiato registro, nemmeno di fronte alla registrazione in cui Di Donato parla di lui, partito da poco per la Calabria (nel gennaio 2016, ndr.), ad un amico: “è andato giù per mangiare e bere… e ha litigato con la famiglia per mangiare e bere… sai come si chiama ‘i mafiosi della domenica’”.

In Calabria solo per viaggi di piacere

“Parlano di cose senza senso. – ha reagito Prettico – La sola cosa vera è che io scendevo in Calabria per mangiare e bere. Ci andavo solo per viaggi di piacere, o su inviti per battesimi e matrimoni. Tutto il resto, non so come possa essergli uscito di bocca”. E l’osservazione, ha incalzato il pm, continuando a leggere l’intercettazione, “questo è un coglione pericoloso, poi mi viene a dire a me ‘adesso c’ho un incontro con la società’”?

“L’unico motivo per cui Di Donato possa aver accostato a me il termine società, è per la Fra.Ni.Do (società che Prettico aveva fondato per la gestione di una discoteca a Quart, ndr.)” ha ribattuto Prettico. Per il sostituto Longi, “è evidente che non stesse parlando di quella società, perché poi dice ‘è andato in Calabria con l’aereo”. “Ripeto che sono sceso con due amici, – ha aggiunto l’imputato – com’è consuetudine che io faccia dal 2004-5”, per andare soprattutto a San Giorgio Morgeto dove “conosco tantissima gente”.

Lo scherzo sul “taglio della coda”

Quanto alla conversazione, ritenuta dai Carabinieri del Reparto operativo tra le più eloquenti di quelle captate nell’inchiesta, in cui Prettico e Di Donato discutono dell’ipotesi di “tagliare la coda” (rito restituito da varie inchieste come di affiliazione alla ‘ndrangheta, ndr.) ad Alessandro Giachino, altro presunto partecipe della “locale” aostana, l’imputato l’ha collegata all’aver “tenuto gioco ad una battuta” di Marco Fabrizio, anche perché “amavamo prenderci in giro” e, con Alessandro, “un eterno ragazzino”, noi “scherzavamo tanto”.

I “discorsi di tavolo”? “Li ignoro”

Nemmeno le espressioni “non prendere discorsi di tavolo” e “i cristiani con te non vengono a sedersi”, agli occhi della Dda di Torino gergalità classiche della criminalità organizzata e contenute nel prosieguo dell’intercettazione di Di Donato, sono suonate familiari a Prettico. Per la prima, “non so a cosa si riferisse”. Quanto all’altra, “la sento fin da piccolo”, perché “mio padre mi vedeva con i pantaloni strappati e mi diceva: ‘vestiti da Cristiano’”. Indicava “persone, persone per bene”.

“Non appartengo alla ‘ndrangheta”

Alla domanda diretta del presidente Gramola, l’imputato è stato categorico: “Assolutamente, non appartengo alla ‘ndrangheta”. Poco prima aveva dichiarato che l’organizzazione criminale calabrese “è un fenomeno grave e criminale da combattere, che lede le radici della nostra società a livello culturale ed economico”. A quel punto, nel giudice si è fatta strada una curiosità: perché “le volte che è andato in Calabria ha spento il telefono”?

“Ne siete sicuri? – ha replicato l’imputato – Magari non prendeva”. Il presidente Gramola ha osservato che in viaggi precedenti risultava ricevere e il pm Longi ha pure rincarato la dose: “aveva l’iphone, non un telefono cinese”. “A San Giorgio Morgeto ci sono zone dove non prende. – ha continuato Prettico – Fino a Polistena, prende. Io non ricordo se fosse spento o non prendeva. Ho detto ai miei legali: lo posso avere spento per non far consumare la batteria, ma sono ipotesi che sto facendo”.

In politica dai 16 anni

Nell’esame, durato un paio d’ore, Prettico ha anche ricostruito la sua esperienza politica, iniziata nel 1995, a 16 anni, quando “facevo parte del gruppo giovani socialisti, che faceva capo al nuovo Partito socialista valdostano di Milanesio”. Quella formazione, in seguito, si sciolse e “ognuno ha preso la sua direzione”. L’imputato, nel 2004, si iscrive all’Union Valdôtaine, partecipando a due elezioni comunali (2005 e 2010), in cui non viene eletto. A quelle del 2015 “ce l’ho fatta, con 361 voti”. Nel 2018, invece, alla tornata elettorale per il rinnovo del Consiglio regionale, “non sono stato eletto”.

Affezionato alla Madonna, non devoto

Alla domanda del Pubblico ministero sulla sua devozione alla Madonna di Polsi, considerata figura religiosa di riferimento della ‘ndrangheta e di cui gli sono stati trovati dei video nei dispositivi informatici sequestrati dopo l’arresto, l’imputato ha commentato “devoto forse è eccessivo, sono affezionato alla Madonna di Polsi, a quella del paese di mio padre e alla Madonnina della montagna della Guérison”. Quanto ai filmati, li ho perché me li hanno mandati, non perché li ho scaricati”. A spedirli è stato “un amico”, che “abita a San Giorgio Morgeto”, e “so che a lui piace mandare queste immagini”.

Il dissidio con Raso

La prima parte dell’esame è stata dedicata, da Prettico, a chiarire l’incrinarsi e l’interruzione dei suoi rapporti con il ristoratore Antonio Raso, co-imputato nel procedimento aostano per la partecipazione alla “locale”. L’epicentro del dissidio tra i due è stato individuato, come aveva fatto ieri “Tonino”, nel progetto di gestire una discoteca insieme. In particolare, nell’aver coinvolto il titolare della “Rotonda” quale garante di una fidejussione bancaria per la ristrutturazione del locale, che creò dei problemi a Raso al momento della richiesta di un mutuo personale per la prima casa”.

“Andammo insieme dal Direttore della banca, – ha ricostruito l’imputato – che ci disse (e mi sono fidato anche io, quindi non è che Antonio Raso si è fidato di Nicola Prettico) ‘non avrai nessun problema’”. Così, però, “non è stato”, ma “Raso ha firmato da persona matura, adulta, consenziente e consapevole”. Da quell’episodio, l’amicizia con il ristoratore cui “ho voluto molto bene” si esaurisce. Il problema, secondo Prettico, è che “per parlare con lui, che parla molto di pancia e d’istinto, ci vogliono situazioni come questa, in cui è obbligato ad ascoltare, altrimenti diventa difficile interloquire”. Agli inquirenti, però, pare interessare più il dialogo intercorso, che la sua fine.

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