Cronaca di Christian Diémoz |

Ultima modifica: 24 Luglio 2020 11:24

Processo “Geenna”, la versione di Carcea: “Ingenua e inopportuna”, ma nient’altro

Aosta - L’ex assessore alle finanze di Saint-Pierre, accusata di concorso esterno nella “locale” di ‘ndrangheta di Aosta, è stata sentita nell’udienza di oggi, giovedì 23 luglio. Ha negato di essere stata sostenuta dal sodalizio.

Monica Carcea e difensoriMonica Carcea (a sx), con i difensori Peyron e Soro (a dx).

Subito dopo la nomina ad Assessore alla programmazione finanziaria del Comune di Saint-Pierre “peccavo di tanta ingenuità, dovuta alla mancanza di esperienza” e, sicuramente, “sono stata inopportuna” in alcune condotte, ma “ci tengo a ribadire che non sono stata appoggiata politicamente da Raso e Di Donato, in alcun modo”. Così Monica Carcea, in aula al processo “Geenna” oggi, giovedì 23 luglio, rispondendo alle domande del pm Valerio Longi. La donna è accusata di concorso esterno nella “locale” di ‘ndrangheta emersa dalle indagini della Dda di Torino e dei Carabinieri del Reparto operativo.

Raso? Un tramite con la politica 

Secondo l’accusa, la donna era in costante contatto con i vertici dell’associazione di stampo mafioso, ai quali forniva informazioni riservate sull’attività dell’amministrazione per “sdebitarsi” del sostegno elettorale ricevuto nel 2015, tale da esserle valso l’ingresso in Giunta. Tuttavia, Antonio Raso (anch’egli a giudizio ad Aosta ed esaminato appena prima) “l’ho conosciuto nel suo ristorante” e “mi è servito per i suoi rapporti con i politici” (considerato che “il primo anno avevo le porte sbarrate”), mentre Marco Fabrizio Di  Donato (condannato in abbreviato a Torino a 9 anni di carcere) “è stata una presenza in più, rispetto alla frequentazione che avevo con la moglie”.

A quel punto, a Carcea viene contestata un’intercettazione in cui la donna dice di aver parlato con il ristoratore perché “non volevo disturbare Marco”, restituendo quasi la consapevolezza di una connotazione gerarchica del suo ruolo. “È vero, era un pregiudicato, – ha risposto l’imputata – ma abbiamo vissuto grigliate ed altri momenti, senza averlo mai percepito come una persona pericolosa”. Però, “che mi si dica di una gerarchia di ‘ndrangheta, no. Assolutamente no”. Anche perché “non ho mai chiesto l’intervento di nessuno e non avrei mai pensato che pensato che a queste persone potesse venire contestato un reato del genere”.

Chiarimenti forniti anche a seguito delle perplessità manifestate dal presidente del collegio giudicante Eugenio Gramola, determinato nel chiedere all’imputata “perché lei si rivolge a due persone dal percorso che non c’azzecca niente con quello che lei stava facendo?”. Un interrogativo sospinto anche dal fatto che “lei ha un livello culturale superiore, anche una certa capacità di muoversi”. Perché, “senza offendere nessuno, perché ognuno ha il background che ha”, lei “si rivolge ad una persona di livello culturale diverso dal suo”, assieme ad un’altra persona “che arriva da una lunga detenzione…”?

Con Fontanelle divergenze professionali

Secondo le risultanze dell’inchiesta della Dda, riprese nell’ordinanza di custodia cautelare del gennaio 2019, la donna aveva chiesto ai due “di intervenire con metodo intimidatorio per comporre le tensioni e i contrasti con altri assessori della Giunta”, in particolare, “con Alessandro Fontanelle”, titolare della delega alla pubblica istruzione. La versione di Carcea, al riguardo, è che “scontri ce ne sono stati, ma sempre di natura professionale. Avevamo opinioni e visioni diverse”. Carcea si è addirittura detta stupita che Raso e Di Donato, come emerge da alcune intercettazioni, ne parlassero tra loro.

“E possibile – non ha escluso – che una sera al ristorante ne parlai con Raso, ma senza il fine di poter riprendere” il collega nel governo comunale. Meno ancora ha detto di aver toccato il tema con Di Donato: “può essere che abbia sentito i miei discorsi con sua moglie. Posso pensare che lui abbia ragionato in quanto io ero amica della moglie”. Però, “non ne sapevo nulla”. Anche su questo punto, poco prima, non erano mancati i dubbi a voce alta del giudice Gramola: “sembra che Di Donato abbia deciso autonomamente di attivarsi”.

Imprecisioni e contestazioni

Contestazioni su alcune dichiarazioni rese oggi dall’imputata, ritenute discrepanti da quelle del periodo delle indagini, sono giunte anche dal pm Longi. L’ex assessore, con la voce a tratti rotta dai singhiozzi, ha dichiarato: “questo arresto per me è stato devastante e improvviso. Mi ha creato un trauma che mi porterò dentro per tutta la vita. Mi avete interrogato dieci giorni dopo l’arresto, non mangiavo e non bevevo. Mi mancavano mio marito e i miei figli. Può essere che non sono stata precisa”.

Per parte sua, l’avvocato di parte civile del Comune di Saint-Pierre, Giulio Calosso, ha chiesto all’imputata conto di un’intercettazione in cui la si sente dire, alla moglie di Di Donato, che “in Calabria, secondo me, hanno proprio sbagliato a pensare che una donna calabrese sia sottomessa”, perché “tu lo sai che dalle nostre parti” le “donne ammazzano e gli uomini vanno in galera per loro”? Parole che Carcea ha definito “una reazione ad una battuta infelice del Sindaco” e “mi stavo sfogando con una mia amica, in presenza di nessun altro”. Mano a mano, con Paolo Lavy, “il rapporto è migliorato sempre più”.

“Taxibus”: nessun margine della Giunta

Nell’esame in aula è stato sviscerato anche l’episodio del servizio di taxibus scolastico, relativamente al quale – è la tesi d’accusa – Carcea avrebbe fatto pressioni per far ottenere proroghe alla ditta dell’affidatario uscente, Salvatore Addario, cugino di Raso. La teoria della donna è che Addario fosse “diventato insistente” e che gli aveva fornito “informazioni per ingenuità”. Ad “affondare” è stato nuovamente l’avvocato Calosso, leggendo un passo di una conversazione tra l’imputata e Marco Fabrizio Di Donato, captata dai Carabinieri, in cui l’ex assessore afferma “rischi veramente di mettermi in difficoltà, poi non lo posso aiutare più, eh?”.

“Una frase di circostanza, – ha reagito Carcea – perché la questione non era più in mano alla Giunta. Qualunque decisione sull’appalto, in quel momento, era in capo agli uffici, al Segretario comunale”. L’avvocato ha obiettato che “una frase di circostanza si dice alla persona interessata, non a terzi”. Per l’imputata, “il fatto che parlassi con Di Donato, sicuramente, è un errore di fondo, non lo metto in dubbio”, però il perché di quelle parole “non riesco a ricostruirlo, non avrei potuto aiutare” Addario. Ad ogni buon conto, ha spiegato la donna esaudendo una richiesta del suo difensore Claudio Soro, dall’ultima delle due proroghe concesse dal Comune all’affidatario uscente “abbiamo parlato di taxibus solo più per i pagamenti pregressi”.

Sindaco? Perché no!

Nell’insieme, “come assessore, il mio compito lo ho svolto fino in fondo”. “Ho gestito il bilancio comunale come fosse un’azienda familiare”, riguardo al “rispetto delle scadenze” e al “martellamento sui dipendenti”. Certo “l’idea di fare il Sindaco, Vicesindaco, di avere una responsabilità comunque maggiore, visto l’impegno che ci mettevo ogni giorno” era “una cosa balenata nella mia testa”, ma “la vita familiare era diventata insostenibile” ed era difficile per una madre di tre figli, dagli impegni scolastici (e non) sempre più significativi. Di quel pensiero, comunque, “ne ho parlato con una serie di persone”. E il problema, per la Dda di Torino, è nel fatto che alcune di queste lo avevano capito benissimo.

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