Appello Geenna, tra gli imputati in abbreviato c’è chi valuta di “concordare” una pena

Alcune difese, tra le quali quella di Bruno Nirta, ritenuto il “coordinatore” della “locale” di ‘ndrangheta di Aosta, potrebbero rinunciare ai motivi di ricorso in Appello, a fronte di una riduzione della condanna.
Palazzo giustizia Torino
Cronaca

E’ stata la relazione introduttiva a caratterizzare la prima udienza del processo Geenna alla Corte d’Appello di Torino, per gli 11 imputati che in primo grado avevano scelto di essere giudicati con rito abbreviato. Le accuse sono relative all’organizzazione e alla gestione di una “locale” di ‘ndrangheta in Valle d’Aosta e ad un traffico internazionale di stupefacenti tra Spagna, Calabria e Piemonte. Il giudice relatore, per quasi tre ore, ha ripercorso il primo grado di giudizio (dinanzi al gup Alessandra Danieli del tribunale torinese), le motivazioni della sentenza del luglio 2020 e i motivi di ricorso delle varie parti.

L’udienza è stata quindi aggiornata al prossimo 26 maggio, quando la Procura generale avanzerà le sue richieste di pena e le parti civili ribadiranno le pretese risarcitorie attese dagli imputati (si sono costituiti la Regione, i comuni di Saint-Pierre ed Aosta e l’associazione Libera Valle d’Aosta). Per quanto riguarda il filone “valdostano” delle indagini, coordinate dalla Dda piemontese e condotte dai Carabinieri del Nucleo Investigativo, a processo vi sono alcune delle figure ritenute dagli inquirenti al vertice della “locale” del capoluogo regionale.

Tutte erano state ritenute colpevoli, dal Gup Danieli, di associazione di tipo mafioso. Parliamo di Bruno Nirta, considerato il “coordinatore” del sodalizio criminale e con contestazioni relative anche al traffico di droga (cui erano stati inflitti 12 anni e 8 mesi di carcere), di Marco Fabrizio Di Donato, presunto “capo” del sodalizio (9 anni), di suo fratello Roberto Alex Di Donato (5 anni e 4 mesi) e di Francesco Mammoliti, individuato dalle indagini come “fiancheggiatore” di Nirta quando raggiungeva la Valle (5 anni e 4 mesi).

Sono tutti ancora detenuti, dopo essere finiti in carcere la notte del 23 gennaio 2019, quando scattò il “blitz” dell’Arma. Tutti hanno fatto ricorso contro le condanne comminategli e la Dda (titolari del fascicolo erano i pm Valerio Longi e Stefano Castelli) ha impugnato la sentenza relativamente alla concessione delle attenuanti generiche ad 8 imputati. A margine del processo è emerso che alcune difese, tra le quali quella di Bruno Nirta, starebbero valutando la rinuncia dei motivi di ricorso sulle rispettive responsabilità, a fronte di una riduzione della pena: proposte formali sono attese nella prossima seduta.

A giudizio, perché emersi dalle indagini dell’Arma in Valle, ma non per l’appartenenza alla criminalità organizzata ci sono anche Salvatore Filice (concorso in tentata estorsione e violazione delle norme sulle armi, condannato a 2 anni e 4 mesi in primo grado), Giacomo Albanini (1 anno e 4 mesi) e Roberto Bonarelli (1 anno e 6 mesi), questi ultimi ritenuti dal Gup colpevoli di favoreggiamento per aver “avvisato” Antonio Raso (condannato in ordinario quale “partecipe” della “locale”) della presenza di microspie nella sua pizzeria, “La Rotonda”.

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