Cronaca di Christian Diémoz |

Ultima modifica: 19 Giugno 2020 17:12

Favoritismi e gestione disordinata: i mali di Saint-Pierre nelle carte dell’accesso antimafia

Saint-Pierre - La relazione della Commissione che nel 2019 ha individuato gli elementi per il commissariamento dell’ente, scattato a febbraio, fotografa le “interferenze” dell’ex assessore Carcea, ma anche le negligenze in altri campi.

Municipio Saint PierreMunicipio Saint Pierre

Un Municipio in cui “la gestione amministrativa è improntata all’improvvisazione e al disordine”, ove la conduzione del cimitero, degli affidamenti di beni e servizi (“assegnati sempre ai medesimi operatori”) e del processo di adozione del piano regolatore generale ha fatto riscontrare “gestioni anomale”. Inoltre, con un Assessore “perno del condizionamento del Comune” da parte della criminalità organizzata, che “non trovando un contraltare e un argine nella solidità dell’apparato politico-amministrativo dell’Ente, ha compromesso il buon andamento e l’imparzialità dell’azione” comunale “e ha piuttosto favorito soggetti prossimi alla compagine criminale”.

Insomma, per la Commissione di accesso antimafia, che vi ha operato dall’aprile all’ottobre 2019, individuando gli elementi per il commissariamento scattato lo scorso febbraio, Saint-Pierre era un vero e proprio “Paese delle meraviglie”, se non per tutti quantomeno per alcuni. Non c’era però Alice, ma Monica Carcea, assessore comunale alle finanze fino alle dimissioni seguite all’arresto nell’operazione “Geenna” dei Carabinieri e della Dda di Torino, il 23 gennaio 2019. Ora la donna è a processo ad Aosta con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa, imputazione che affonda le radici nei “documentati collegamenti con Marco Fabrizio Di Donato e Antonio Raso, ritenuti soggetti apicali della ‘ndrangheta in Valle d’Aosta, con i quali anche suo marito, Giuseppe Lazzaro, vanta rapporti di conoscenza e fiducia”.

Le “incomprensibili” proroghe del taxi-bus

Nei mesi trascorsi in Comune, si apprende dalla relazione conclusiva sull’ispezione, i commissari hanno rinvenuto “puntuali riscontri dell’interferenza di Carcea nella gestione amministrativa di taluni procedimenti”. Il riferimento è anzitutto, come già emerso dalle indagini e dall’udienza di pochi giorni fa del processo, alla vicenda del servizio di taxi-bus scolastico, in cui l’assessore “ha riportato al soggetto esercente il servizio, Salvatore Addario, cugino di Raso (a giudizio anch’egli al Tribunale del capoluogo, ndr.), informazioni sulla proroga dello stesso, condividendo all’esterno, con un soggetto evidentemente interessato, notizie interne all’ente, che non rientravano neppure nelle sue competenze e che dovevano rimanere riservate, acquisite in ragione del proprio ruolo istituzionale”.

Se il Comune ha motivato “di aver dovuto prorogare il servizio ad Addario a causa della penuria di personale, della compresenza di attività prioritarie […] e con le diffide pervenute dalla Regione per l’approvazione del Rendiconto”, la Commissione (appurato che “il capitolato trasmesso alla Centrale Unica di Committenza era del tutto analogo rispetto a quello della gara precedente” e che la procedura sarebbe stata gestita dalla stessa CUC) non “comprende quale sforzo organizzativo amministrativo incombesse sull’amministrazione per la definizione dell’affidamento tramite gara senza necessità di ricorrere ad una doppia proroga ad Addario”, presidente della Confederazione Nazionale dell’Artigianato in Valle.

Agevolati i familiari del boss

Stando alla relazione, Carcea è poi “palesemente intervenuta” sul corretto svolgimento del procedimento riguardante la richiesta di attestazione di soggiorno permanente di un parente della moglie di Marco Fabrizio Di Donato (che è invece a processo nel ramo torinese di “Geenna”). La Commissione ha accertato che il richiedente “non era in possesso dei requisiti previsti dalla legge per ottenere” il documento rilasciatogli dal Comune. L’agevolazione di familiari del presunto capo della “locale” aostana di ‘ndrangheta è quindi emersa “anche in relazione alla gestione delle autorimesse di proprietà del Comune e concesse in locazione a privati”.

Due di loro, si scopre dal documento, hanno condotto altrettanti garage “in condizioni di morosità particolarmente grave”, non avendo pagato per anni i canoni d’affitto. Non solo, perché in un caso l’occupazione avveniva senza alcun titolo: “il contratto è infatti scaduto nel marzo 2015” e l’occupante “non ne ha mai riconsegnato le chiavi” agli uffici. “A fronte di tale situazione, – si legge nella relazione – ben nota sia all’ufficio competente, sia al vertice politico, l’amministrazione non ha mai adottato alcun intervento risolutivo, sia al fine di recuperare i canoni vantati, sia soprattutto per tornare in possesso degli immobili”.

Un profilo da “mafia silente”

Un insieme di circostanze che, nella relazione, trova rispondenza nel modello della “mafia silente”, caratterizzata cioè dall’“atteggiamento di basso profilo lontano da interventi dirompenti, mirato a penetrare il territorio in maniera sfumata, camaleontica, quasi impercettibile, insomma coerente e consona con una comunità non avvezza alla prevaricazione e alla plateale forza d’intimidazione che storicamente si manifesta in altri territori”. Un profilo affiancato dai commissari in particolare alla vicenda del taxi-bus scolastico.

“Disordine amministrativo” in vari settori

Al di là del registrare il “potere egemone” di Carcea, la Commissione ha pure “esaminato gli ambiti di maggior rilievo delle competenze comunali”. Rispetto ad essi, “pur non intercettando alcun collegamento con la criminalità organizzata, almeno allo stato”, sono state comunque rilevate “situazioni di disordine amministrativo, di tendenza a favorire determinati operatori economici del territorio, non sempre nel pieno rispetto delle disposizioni normative in materia”.

È il caso, ad esempio, della riscossione delle imposte comunali, Tari e Imu, caratterizzata da una “gestione negligente” di cui – è l’esito dell’ispezione – “si è indirettamente avvantaggiata anche la stessa famiglia Di Donato, già residente presso il Comune di Saint-Pierre e che non ha mai pagato i tributi” nel periodo 2015-2019. Addirittura, alcuni importi “sono caduti in prescrizione”, a “causa del mancato rispetto dei termini previsti dalla legge o per un’erronea procedura di notificazione degli avvisi di accertamento”.

La rotazione, questa sconosciuta

In fatto di appalti, agli occhi dei commissari è saltata “la reiterata violazione del principio di rotazione”. Sentito in merito durante l’accesso, il responsabile dell’ufficio tecnico associato non ha nascosto la consapevolezza di tale lacuna, giustificando le scelte adottate con la “necessità di dare esecuzione alle direttive degli amministratori locali”. Tuttavia, per la Commissione, tale principio “non solo non trova riscontro in nessuna norma, ma si pone in contrasto con quelli di concorrenza e parità di trattamento”.

Tra i casi oggetto dei rilievi, quello dell’impresa di impianti idraulici e di costruzione di Davide Bochet, aggiudicatasi, senza interruzione, appalti per la manutenzione dell’impianto della rete di acquedotto, “per un importo complessivo di euro 371.281,48 euro, nel periodo dal 2015 alla fine del 2018”. Tali affidamenti evidenziano inoltre diverse “anomalie che riguardano l’effettuazione di gare ristrette con il criterio del massimo ribasso, che vengono poi sovente integrate con affidamenti diretti per interventi ritenuti urgenti, ancorché i medesimi siano nei fatti programmabili”.

Il cimitero lasciato ai privati

La figura di Bochet (già condannato, nel 2019, nel processo su episodi corruttivi in alcune partecipate regionali) si evidenzia anche nell’ambito dei servizi cimiteriali. Una gara “non è mai stata indetta”: inumazione e tumulazione vengono delegati alle imprese di pompe funebri incaricate dai familiari dei defunti, “le quali a loro volta si avvalgono dell’opera della ditta Bochet”. La gestione “risulta pertanto anomala”, perché “il comune si è spogliato di parte della gestione dei servizi cimiteriali, lasciandoli di fatto ai privati”, nonostante “le norme sui contratti pubblici che disciplinano l’affidamento dei servizi in concessione”. Ancora più anomalo appare che “il servizio viene svolto verosimilmente in via esclusiva da Bochet”.

Ditte e funzionari già indagati

Segnalata anche l’impresa “Edilvu Srl”, cui è andato l’appalto della realizzazione del collettore di adduzione dell’acquedotto da realizzarsi per la connessione di Valsavarenche, Introd e Villenevue con la rete di distribuzione di Saint-Pierre (1.296.337,4 euro). La Commissione ha riscontrato come “l’allora legale rappresentante”, Ivan Vuillermin, “risulta avere precedenti di polizia specifici per i quali” il 22 gennaio 2018 “è stato sottoposto a misura cautelare domiciliare”. Il riferimento è all’inchiesta sulla corruzione in Valtournenche, nella quale è coinvolto anche Fabrizio Chiavazza, già tecnico comunale a Saint-Pierre, veste in cui il 3 aprile 2014 “ha assunto l’incarico di Responsabile Unico del Procedimento” nella gara andata alla “Edilvu”.

Gli altri affidamenti ripetuti

Per un’altra impresa, i Commissari hanno “sollevato dei dubbi sulla legittimità degli affidamenti diretti e, in particolare modo, sul possesso dei requisiti di capacità economica e tecnica per l’aggiudicazione dell’appalto”. Inoltre, la violazione del principio di rotazione è sollevata anche per altre sei imprese, nel periodo 2015-2019, per un totale di 467.947,69 euro. In una delle ditte, sottolineano i commissari, “lavorava anche un cugino del marito di Monica Carcea” e “in taluni casi” gli incarichi attribuiti sono risultati “oggetto di successiva integrazione”, nonostante la motivazione” di tale opzione amministrativa “si basi anche sulla congruità dell’offerta”.

La variante ripartita da zero

In campo urbanistico, l’accesso antimafia si è concentrato sull’adozione della variante generale al Piano regolatore, avvenuta il 5 febbraio 2019. Una scelta dettata dalla volontà di approfondire la decisione del Comune di sospendere la prosecuzione del procedimento “promosso dall’amministrazione precedente e di ricominciarne l’iter ripartendo dall’adozione del progetto preliminare”. Un’“azione onerosa”, in termini di “risorse e tempi”, da “valutare attentamente in termini di costi e benefici”. Una scelta che “dovrebbe essere giustificata solo da motivazioni sostanziali, rispettando un criterio di proporzionalità fra gli effetti attesi e l’onere procedurale affrontato”.

Conclusa l’istruttoria, dalla quale emerge che la parziale revoca è stata motivata dalla “necessità di accogliere” un’osservazione presentata “fuori tempo” dalla cooperativa Cofruits – relativa alla richiesta di collocare i locali ed i terreni in cui si svolge l’attività della società in zona agricola e legata, è emerso, all’“esigenza di richiedere una revisione del canone di affitto degli immobili locati da una partecipata regionale, canone che viene parametrato alla destinazione d’uso” – i commissari non nascondono “alcune perplessità”, per una condotta del Comune che “sembra nascere più nell’ambito dell’arbitrarietà che della logica politica e tecnica richiesta per questo genere di operazioni”.

“Terreno fertile” per l’illegalità

Nell’insieme, è il giudizio netto della Commissione, Saint-Pierre viveva una “situazione di disordine amministrativo”, che “costituisce evidentemente terreno fertile per la pervasione di forme di illegalità e per le mire tentacolari della compagine criminale” colpita dall’operazione “Geenna”. All’indomani del voto sullo scioglimento in Consiglio dei Ministri, la maggioranza capitanata dall’allora sindaco Paolo Lavy definì la decisione “un’onta immeritata”, con gli amministratori a proclamarsi “vittime inconsapevoli di un sistema che non ci appartiene”. I dettagli dell’accesso antimafia, però, raccontano un’altra storia, che i commissari insediatisi in Municipio il 13 febbraio scorso stanno provando a riscrivere, giorno dopo giorno.

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